“Studiare il bello in ginocchio”
(Jean-Auguste Ingres 1780-1867 dagli scritti “Note e pensieri”)
Per me, il carattere sacrale della Bellezza è ancora naturale, certo e fondamentale… e la bruttezza può essere bella?
Non tutti, solo pochi si domandano se nella teoria degli eventi possibili, sia più auspicabile vivere nella Bellezza, che vivere nella bruttezza.
Per esempio, nella seconda metà dell’Ottocento abbiamo avuto un momento storico appellato proprio La Belle Epoque, grazie ad una società borghese industrializzata, evolutasi “civilmente” rispetto alle autarchiche monarchie regnanti del nostro passato.
Allora ci fu una collettività mitteleuropea, con centro Parigi, più partecipata; un profumo di progresso, con riforme liberali, scoperte propugnate e avvalorate soprattutto da artisti, intellettuali e da operai; un fiorire di Esposizioni Universali con svariati prodotti.
Sferragliavano le macchine a vapore, con un tripudio di luci elettriche, uno sfoggio di piaceri frivoli tra tanti cappellini piumati e struscii di seta, vesti e pizzi monocromi e arredi, palazzi con facciate affrescate nelle forme eleganti dell’Art Nouveau.
Poi, cento anni dopo, arriva lo scultore Fontana che, con successo, in una società americanizzata di alienazione consumistica, fa tagli e buchi nelle sue ceramiche e sulla superficie di tele che chiama “La fine di Dio”, irrompono nei nuovi gusti… il vuoto e il nulla.
Rompere, fracassare, trapassare la superficie del “corpo” drammatico delle prime avanguardie artistiche novecentesche… viene alla luce una “bellezza fredda” più cerebrale e razionale, forse porta con sé anche la fine dell’uomo classico romantico e di una certa bellezza del cuore; quindi, è iniziata l’Epoque dell’Art Brut?
Un’epoca può essere bella o brutta, e chi lo sa?
Casi di coscienza: sbilanciarsi su di un singolo particolare è un fatto agevole, ma su di una misura?
Ippocrate, quello del giuramento medico, disse: <<è la dose che fa il veleno>> nessuna sostanza è velenosa (o al contrario benefica).
Con calma e virtù, ecco la Temperanza, l’armonia interiore che vuole la saggezza di scartare gli estremi.
Empatia per empatia, ecco dei sì o dei no… ma per dire, anche la bellezza può essere retorica, leccata e quindi brutta e la bruttezza può essere bella e affascinante, se è “naturale”.
La questione morale-etica-politica-estetica del bene e del male e così pure della bellezza e della bruttezza, pare a prima vista che si possa paragonare alle energie opposte rotanti di quel simbolo cinese dello Ying e dello Yang.
Lo Ying concentrazione, riposo, recettivo, introverso è il vuoto che attira centripeto (la bruttezza) e lo Yang espansione, il positivo, l’azione evidente che spinge (la bellezza); e quando il simbolo girerà su se stesso fatalmente trasformerà alternativamente quegli eventi.
L’una, la bellezza abbraccerà l’altra, la bruttezza, ma la bellezza, così intesa, spinge alla elevazione spirituale e la bruttezza cade negli intrichi terrestri.
La bellezza è conveniente, la bruttezza ti opprime, è mediocre.
Al dunque, in arte, la bellezza fredda formale e stilosa, sia minimale che concettuale o informale, potrebbe essere brutta, e la bruttezza con un pattern tipo un disegno naïve, infantile oppure schizofrenico è bella, perché spontanea e commovente, interessante nella sua estrema estraneità, e chi lo sa?
C’è il libero arbitrio per tendere al bello, tendere al buono e al giusto e nel tendere al brutto?
Della bellezza e della bruttezza, del Sublime e dei fatti mediocri della vita quotidiana a decidere è la loro relativa Grazia?
Ma il genio Leonardesco ci dice che no… sopra e sotto, dentro e fuori di noi c’è la sacra geometria; infatti nel suo disegno armonico “l’Uomo Vitruviano” misurato matematicamente, attraverso una remotissima legge di concezione divina, l’applicazione della Sezione Aurea è bella perché perfetta.
Della bellezza io lo so, c’è una regola mitologica, ed è certa… della bruttezza la regola non c’è!
D’accordo con Da Vinci.