FEDERICA LUZZI E NAOYA TAKAHARA. Esercizi per essere come gli altri

Immagine: Naoya Takahara, Dieppe – Normandia 1977, fotografia. Federica Luzzi, Roma 1991, foto Luca Ragazzi

ROMA

MATTATOIO 

Dal 4 giugno al 2 agosto 2026

A cura di Giuseppe Garrera

Mostra promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle ArtiRealizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Associazione Palatina.


La mostra bipersonale degli artisti, Federica Luzzi, italiana e nata a Roma, e Naoya Takahara,  giapponese nato in Ehime ma residente a Roma dal 1977, è in primo luogo un’indagine intorno alla loro ricerca, confronto e dialogo di ostinata fedeltà ai giuramenti dell’infanzia e alla vita come disarmo.  

Separati (l’anima non è mai accessibile) ognuno lavora per l’altro, ognuno sogna a due l’Oriente dell’uno e l’Occidente dell’altra. Due culture e la ricerca comune di luoghi propizi. Federica Luzzi attraverso la trepidazione continua del corpo, il paralizzante senso femminile; Naoya nell’unica consolazione di essere infantile. Entrambi con la paura dell’esproprio (la mostra stessa è solo una breve concessione di suolo), e nella consapevolezza che neppure l’arte basta. 

Tutte le opere di Luzzi e di Takahara, nel desiderio di ubbidire al mondo, disattendono gli ordini del mondo (l’ammaestramento della famiglia e della scuola, la felicità certa del conformismo, la fede nella pubblicità) e si perdono e incantano nel tentativo di capire perché accada questo, perché, come diceva la poetessa Margherita Guidacci, s’approfondiscono ignoto e solitudine quando si vorrebbe essere come tutti gli altri. Cos’è la grazia della diversità? O la felicità, ad un certo punto, di sapere che gli ultimi, di cui facciamo parte, resteranno, per fortuna, gli ultimi. 

Sculture, installazioni, fragili fogli, tessuti, cuciture, falsi monumenti trasformano il padiglione dell’ex Mattatoio in un viaggio visivo in cui ogni pezzo è canto e timore continuo di subire violenza nel corpo, nel proprio corpo, e nel suo giocare. 

Oggetti, sculture e tessiture, tutto, allo stesso tempo, è segno di ostinazione e cocciutaggine e impossibilità di fatto di sottostare alle leggi del mondo così com’è. 

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