I Martedì Critici

STREET ART spalle al muro!, di Valentina Gramiccia

best-cities-to-see-street-art-65A Bologna non ci sarà più Blu, «finché i magnati magneranno…». Così si è espresso pubblicamente lo street artista italiano, già noto al pubblico internazionale, considerato il Banksy italiano, il quale ha recentemente cancellato dai muri di Bologna i propri murales, manifestando contrarietà nei confronti della contestatissima retrospettiva Street art. Banksy & Co. che ha inaugurato a Palazzo Pepoli, finanziata dalle banche (Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna) e prodotta da Fabio Roversi Monaco, indiscusso leader dell’establishment, il quale ha letteralmente fatto asportare pezzi di muro decorati da importanti writers, per lo più senza il loro consenso, per esibirli in mostra. Il collettivo Wu Ming, sostenuto da Blu, si è cosi espresso: «La mostra ‘Street Art’ è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi. Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento. Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade (…)».

L’episodio ha suscitato una catena di polemiche riguardo le modalità di salvaguardia, conservazione e musealizzazione delle opere d’arte visiva urbana.

Significativo, a proposito di conservazione, l’intervento di William Kentridge, artista sud africano che ha realizzato, “Triumphs and laments”, un fregio di 550 metri sui muri del Lungotevere di Roma, da Ponte Sisto a Ponte Mazzini. Una narrazione per immagini: gigantografie che prendono spunto dai personaggi della colonna Traiana, dalle “pitture nere” di Goya e dai protagonisti della Dolce vita romana. «In tre o quattro anni, batteri, vegetazione e inquinamento prevarranno di nuovo. E le immagini sprofonderanno lentamente nell’ oscurità. Va bene così. Fa parte del significato di quest’ opera. Ha a che fare con la perdita della memoria. Con il senso della storia che cambia. Il presente ogni volta influenza il passato. Io ho messo insieme dei frammenti», ha dichiarato Kentridge in una intervista. La sua è un’opera realizzata per sparire. Una provocazione sulla qualità transitoria dei lavori di street art.

Ma il rapporto fra street artisti e il mercato non è cosi rigorosamente alieno dalle logiche di profitto. Anzi. Numerosi street artisti internazionali, negli ultimi anni, hanno visto fiorire le loro quotazioni, grazie all’alleanza delle Gallerie e delle case d’Asta (Bonham’s a Londra, Artcurial e Cornette de Saint-Cyr a Parigi, Damien Leclère a Marsiglia). Da movimento, per lo più anonimo e di avanguardia, si è trasformato, in alcuni casi, in macchina da soldi. Per farlo i loro lavori, evidentemente, si sono “trasferiti” dalle grandi superfici urbane – per lo più riqualificate, grazie al loro contributo, soprattutto nelle periferie delle città: pensiamo al caso romano del Corviale o alla pregevole operazione collettiva che ha permesso la nascita del MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove: questa è la street art che ci piace! – a superfici ben più contenute, più facilmente “vendibili”.

Non è la prima volta che nell’ambito dell’arte contemporanea il rapporto fra mercato e creatività produce strati cospicui di ambiguità. Non ci scandalizza il fatto che gli street artisti si esprimano con mezzi diversi e su superfici diverse a seconda dell’esigenze della committenza, ma semplicemente, dal punto di vista semantico, questa non è più “street art”, non è arte urbana di strada. È qualcos’altro. A cui bisognerà dare prima o poi un nome. Le parole sono importanti. Anche oggi.

 

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