Franco Mulas se n’è andato il 3 marzo in punta di piedi, come i grandi che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire. Il suo impegno politico e il suo talento di pittore erano, sono e saranno sempre il suo megafono. Ha dipinto cinquant’anni di storia, ha raccontato il sogno della rivoluzione, attraverso i cicli pittorici dedicati al maggio francese e alla contestazione giovanile e studentesca, fra il ’67 e il ’68. Il suo segno difficilmente si inquadra negli ismi della pittura ma di certo è stato protagonista della sua epoca e della sua storia. I confini della figura, attraverso gli anni ’70 si fanno più rarefatti, sfiorano l’astrattismo senza però smarrire la loro capacità narrativa. Fino alla potenza espressiva dei suoi S-paesaggi, raccolti in una grande mostra presso il Museo Bilotti nel 2013, a cura di Roberto Gramiccia.
Nel segno di Mulas si concentra la carica eversiva della rappresentazione di una realtà disgregata dalle crisi della storia ma che aspira e punta alla ricostruzione, rivoluzionaria se possibile (come nel ciclo di lavori intitolato Schegge). Quel segno porta con sé il rigore etico di chi non intende cedere. Perché la posta in gioco è troppo alta. C’è in gioco la pittura. I paesaggi di Franco Mulas hanno la capacità di trattenere in superficie la lezione dei maestri svincolata, tuttavia, dal diktat mimetico, liberi nella loro espressione e carichi dei colori del contemporaneo, quei colori che i giovani riconoscono anche sugli schermi dei loro computer. E’ forse qui che riposa il suo valore, quello di raccontare e raccontarsi a tutti senza spiegazioni. Ciao Franco.