I Martedì Critici

“Sénne”, la personale di ALESSANDRO BIGGIO

CAGLIARI

CarteC

Fino al 13 maggio  2018

La mostra Sénne di Alessandro Biggio, allo spazio CArteC, la Cava d’arte contemporanea, dei Musei Civici che accoglie i progetti di ricerca di importanti artisti del panorama contemporaneo.

Sénne dell’artista cagliaritano Alessandro Biggio, recentemente rientrato da un’importante residenza artistica in Austria, si inserisce in questo luogo denso di storia, nato come cava per divenire durante la Seconda Guerra Mondiale rifugio antiaereo, con un lavoro caratterizzato da una ricerca intima e personalissima che rivela una capacità inusuale di comprendere e comunicare la vocazione dei materiali.

La mostra si aggiunge alla ricca programmazione dei Musei Civici di Cagliari che intendono valorizzare e promuovere il territorio su cui insistono, facendosi attivatori di processi culturali sviluppati e coordinati nel tempo.
La valorizzazione delle proprie collezioni permanenti poste in stretto dialogo con le mostre temporanee prodotte è un chiaro ed evidente segno di tale percorso.

A questa volontà appartengono la rassegna “Opera sola” alla Galleria Comunale, la mostra antologica dedicata a Giovanni Nonnis a Palazzo di Città, e adesso la personale di Alessandro Biggio al CArteC.

Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano

Fra rocce azzurre
T.S. Eliot, Ash Wednesday (Mercoledì delle ceneri), 1927-30

Sénne è prima di tutto materia, traccia, memoria; progetto scaturito dentro l’eco di uno spazio vuoto, ferito, vissuto, sofferto, offerto. Mettersi in relazione con il luogo, spalla contro spalla in un dialogo complesso di interpretazioni, metafore, considerazioni. Questo è in breve il momento fecondo di gestazione, quando il curatore intuisce e l’artista crea. Questo è accaduto tra Paola Mura e Alessandro Biggio, già l’uno estimatore dell’altro, a confronto in altre occasioni, ora davanti alla difficile sfida della cava del CArteC, luogo altamente caratterizzato, ripieno di una propria fortissima aura e di un restauro più interpretativo che conservativo.
Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo/ E che lo spazio è sempre e soltanto spazio/ E che ciò che è reale lo è solo per un tempo/ E per un solo spazio/ Godo che quelle cose siano come sono […] scrive T. S. Eliot nel suo Ash-Wednesday, sontuoso poema allegorico e oscuro, miniato con rimandi alla poesia medioevale.
Eccole le sculture di Alessandro Biggio, fatte di sola cenere e acqua, impastate come terra primordiale; compresse, impresse da movimenti energici e istintivi delle mani. Tutto ciò ci sorprende: non più la lenta e meditata formulazione di elementi minimalisti e concettuali, appena velati di rimandi all’Arte Povera; questi nuovi lavori, nati pensando al luogo, sono vibranti di drammatica gestualità. L’artista, fin da quando decise di usare la cenere come materia d’indagine, si sottrasse volutamente ai rimandi del mondo sacro per creare una tensione semantica ai limiti del parossismo tra significante e significato, tra forma e contenuto.
Zhang Huan nell’utilizzare ceneri raccolte nei templi buddisti delle province di Shanghai, realizzò nel 2007 grandi Buddha destinati a disfacersi per liberare, metaforicamente, le infinite preghiere e speranze di popoli oranti.
Alessandro Biggio appare assai più interessato al cambiamento di forma della materia che conserva, comunque intatta, la sua sostanza dentro una cava che è grotta platonica.
Ogni ambiente è collegato, ogni opera è connessa; il tutto crea un unico organismo in divenire. Oltre le sculture, sono le foglie di palma bruciate simili ad ali “non più atte a volare ma soltanto piume che battono nell’aria” (T.S. Eliot op. cit.), elementi architettonici corali che segnano lo spazio, lo attraversano e si fanno attraversare; scheletri senza vita prossimi alla danza macabra, fregi barocchi di antiche ossa dissepolte.
Depositata su bende sananti la cenere è nuovamente scultura, corda che lega, fascia, stringe. Difficile non leggere rimandi cristologici, quasi impossibile non sentire l’odore della carne e del sangue di un dio che sfama col suo corpo. Un atto di fede tra i più complessi da accettare: la transustanziazione che è trasmutazione di sostanza.
Infine cenere come traccia, impronta, nei monotipi simili a radiografie che indagano il non visibile. Siamo dentro il corpo umano, tempio del tutto, là dove Frida costruiva il suo culto, tra ossa spezzate e capelli fioriti; spina dorsale che congiunge la terra al cielo.

Efisio Carbone

Alessandro Biggio_SÉNNE

I lavori in mostra rappresentano una tappa importante di un filone di ricerca che Alessandro Biggio porta avanti da circa dieci anni, nell’affascinante e difficile tentativo di indagare le possibilità formali di un materiale, la cenere, sénne in dialetto tabarchino, comunemente considerata l’ultimo stadio dell’esistenza, la fine della forma. È questa cenere la “materia dell’arte” che Alessandro ha scelto per il CarteC, accettando lo spazio come elemento della sua composizione.
La dimensione della grotta, protettiva e allo stesso tempo minacciosa, la struttura architettonica che definisce l’ambiente espositivo, rigidamente scandita dall’orditura dell’acciaio, ha sempre posto limiti alle opere, quasi schiacciate dalla condizione primordiale della caverna.
In questo lavoro di Alessandro Biggio l’inconsistenza della cenere acquista la fisicità della forma data dai segni impressi nell’atto della sua manipolazione; la scultura appare come una struttura, una colonna che è impronta architettonica.
Le opere usano leggerezza, trasparenza, fragilità, inconsistenza, luce e ombra per comprendere in un’opera totale lo spazio, in una adesione quasi viscerale ai limiti imposti, che rovescia, come in un paradosso, la debolezza in forza.

Paola Mura

SÉNNE

La cenere è un materiale difficile se pensi di utilizzarla per creare delle sculture.
Prima ancora di iniziare a lavorarla è difficile pensarla come a un materiale neutro. “Cenere alla cenere”, “l’Araba Fenice”, “cospargersi il capo di cenere”, “cremazione”….. La cenere è quasi impalpabile ma pesa di simboli e significati associati alla vita, alla morte, al peccato, alla colpa, alla rinascita ed è difficile sporcarsi le mani con i suoi grigi, pensando solo che è leggera, ci vuole tempo.
È difficile realizzare una scultura di cenere; se la vuoi alta quanto due palmi di mano, devi bruciare più di mezzo quintale di legna scegliendo quella giustamente stagionata. Senza l’aiuto di colla o cemento ti allei con la natura e col tempo, controlli la temperatura dell’acqua, i tempi d’impasto e di essiccazione, dosi l’esposizione all’aria e aspetti. E anche quando sei certo di aver combinato tutto in modo corretto, soprattutto allora, può succedere che la scultura si spacchi, si polverizzi e allora devi ricominciare daccapo.
La cenere è un materiale affascinante se pensi di utilizzarla per creare delle sculture.
È stato facile accettare l’invito di Paola Mura quando mi ha proposto di fare una mostra, avevo un buon numero di opere pronte, tutte inedite. Poi abbiamo deciso che lo spazio sarebbe stato il CArteC ed è stato inevitabile mettere da parte i lavori realizzati, perché il CArteC sollecita un’interpretazione e invita ad un confronto. È stato importante ritrovare l’intesa con Paola già sperimentata qualche anno fa in altre occasioni, la fiducia reciproca e la reciproca capacità di innestare le rispettive attitudini su quelle dell’altro.
È stata una mostra difficile e facile.

Alessandro Biggio

Alessandro Biggio nasce a Cagliari nel 1974. Vive e lavora a Cagliari e Calasetta. La sua ricerca ha come principale oggetto la “materia umana”. Attraverso sculture, disegni e installazioni il suo lavoro evoca un profondo senso di precarietà, sempre in bilico tra fine ed inizio, tra disfacimento e forma. Si esprime utilizzando materiali semplici, come l’argilla di scarto e come la cenere, o complessi, come la relazione con l’opera di altri artisti.
Nel 2017 è stato artist in residence presso AIR-Krems (Austria).

 

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