PINO GENOVESE dialoga con Luca Arnaudo, in occasione di Sculture in campo a Roma

di Valentina Gramiccia

Pino Genovese Vi presento Luca Arnaudo, critico d’arte. Ha tantissimi interessi in vari campi. La nostra amicizia è nata proprio in occasione degli incontri sull’arte, per questo l’ho convocato in questa occasione per la nostra chiacchierata. C’è poi Emiliano Campagnola, amico da tanti anni. Per un lungo periodo ha curato e gestito uno spazio che si chiama La Giostra, di sua proprietà, con un progetto il cui obbiettivo era realizzare abitazioni ecosostenibili con la collaborazione di una selezione di artisti.

Enrica De Santis, anche lei amica cara e archeologa, Direttrice della Casa del Direttore al Lago del Turano. Insieme alla sorella cura residenze per artisti. Laura Fasciolo e Massimiliano Troiani, fondatori di una compagnia di Teatro di figura che si chiama La Grande Opera, con i quali ho collaborato diverse volte in progetti e scenografie. Laura, infatti, è una bravissima scenografa e lavora molto con le ombre, con le lavagne luminose. Massimiliano è fotografo e documentarista, regista e grande viaggiatore (Africa, India, ecc.). Simona Belardi è stata ai tempi una giovane mia assistente, una validissima collaboratrice. Paolo Garau, scultore, ci consociamo da tempo e anche lui lavora come me ad Anzio. Marina Sciarelli, mia moglie e compagna. È una costumista. Molte delle mie performance hanno visto il suo coinvolgimento (per i costumi e gli spunti critici). 

Luca Arnaudo Questa intervista sarà condotta sull’improvvisazione, non abbiamo programmato nulla per lasciare spazio al libero flusso di informazioni. Con Pino ci conosciamo da tanti anni, ci unisce una grande amicizia e una reciproca stima. Per queste ragioni cercherò di non fare troppo il critico… Vorrei soltanto partire da un’idea generale per poi discuterne e parlarne insieme, cercando di coinvolgere tutti voi presenti.

Quando Pino mi ha raccontato di questo incontro e del fatto che sia particolarmente legato al Parco di Scultura di Bassano in Teverina e ai lavori che lì ha posizionato, mi è venuto in mente Paul Oliver, storico dell’architettura inglese, grande studioso dell’architettura vernacolare e del blues, campi diversi che fra loro però hanno un legame. La sua idea di fondo dell’architettura si rifà alla ricerca degli anni ’70 dell’architettura senza architetti, al fatto che l’uomo è inserito nello spazio attraverso una modificazione dell’ambiente circostante. Insieme a Pino abbiamo iniziato a ragionarci in termini “artistici”, ad un’architettura come riparo, come rifugio. C’è infatti nel lavoro di Pino, in particolare nei lavori conservati nel Parco, l’allusione a questi due elementi.

Partirei quindi da questo aspetto, ovvero come tu sei arrivato a un’idea di architettura che non è di fatto architettura, che si fonde col paesaggio sia in partenza, relativamente ai materiali di recupero, sia al ritorno, perché di fatto sono dei lavori volutamente destinati a tornare a dissolversi nell’ambiente. E quello che si trova nel mezzo è arte ma è anche occasione di incontro.

P. G. Sei partito da una questione interessante e molto seria. Vi racconto un po’ come è nato il racconto della sepoltura che è legata, come ho avuto modo di dire più volte, alla scomparsa dei miei genitori. Nel ricercare una mia identità di artista, ho cominciato a uscire fuori dallo studio per realizzare dei progetti che avessero un’importanza rispetto a questo sentimento. E quindi la sepoltura è stata una delle principali idee che ho considerato veramente valide, che mi soddisfacevano. Insistendo con questa ricerca, le sepolture sono diventate dei rifugi, come diceva Luca, per pensare a qualcosa di più positivo, alludendo non solo all’aggregazione ma anche alla protezione, in rapporto poi con lo spazio preesistente, con la natura quindi. Ritrovarmi da solo, uomo e animale, e dover sopravvivere in un nuovo ambiente… È chiaro che il legame con l’arte è importante perché nel fare questo io cercavo comunque un’identità artistica. Perché avevo anche il confronto con mio padre, questione che io dovevo risolvere. Ho cercato questo dentro me stesso e ho capito che le cose della natura erano le cose più vere, che più mi rappresentavano come cose vive. Per questa ragione sono diventate la materia dei miei lavori. Ho trovato in questa ricerca sincera soddisfazione. Adesso sono arrivato a questo punto della mia ricerca e non so nemmeno io come. È naturale che durante il lavoro si fanno modifiche, revisioni, si pensano soluzioni alternative, ecc. Quando ho incontrato Lucilla e insieme abbiamo pensato ai lavori del Parco, ho iniziato a realizzare dei bozzetti. Li chiamo bozzetti perché sono modificabili, non hanno una definizione completa di opera. Almeno così si presentano. Questo tronco, ad esempio, è un’utopia: l’idea era quella semplicemente di portare un materiale a me caro, ovvero questi tronchi reperiti sulle spiagge, aggregati all’idea di abitazione primordiale. Mi piace anche come elemento poetico. Questa mia ricerca artistica si sta trasformando nella ricerca di un’identità di vita reale, nella nostra società, nel nostro ambiente. La fuga da situazioni pesanti, da frastuoni, da frustrazioni e questi miei lavori si sostanziano in questa idea.

Ci sono altri elementi che sono emersi dalle mie “costruzioni”. Mi riferisco a queste verticalità. Come se l’abitazione potesse vivere anche sotto un bosco, spazi dove ci sono alberi. Insomma, un’elevazione, una spinta verso l’alto. Un tentativo di collegamento. Una fuoriuscita dalla terra, la ricerca di un contatto nello spazio. Nell’altro modello che vedete c’è una forte presenza di questa elevazione, come se fosse un vecchio albero avvizzito, che può essere di 8 mt rispetto al bozzetto dell’abitazione. L’ho considerato un ricovero cerimoniale più che un’abitazione, una chiesa dove quello è un campanile. Un richiamo. Ci sono abitazioni degli Indiani della Columbia britannica, nel nord del Canada in cui svettano grandi totem realizzati usando grossi tronchi presi dalle boscaglie intorno. Nel realizzare questi miei “bozzetti” ho rintracciato questo collegamento…

L. A. In una tua precedente intervista in cui ti chiesero da dove fosse partita la tua ricerca tu confessasti era dalla lettura giovanile di Tex Willer, un tuo grande amore. Questa cosa mi ha sempre colpito perché c’è anche un elemento giocoso nel tuo lavoro. Viviamo in un ambiente talmente antropizzato che costruire dei ricoveri, dei rifugi, delle chiese arboree come quelle di cui parlavi, mantiene un aspetto di gioco dell’infanzia. Non so quanto voluto o cercato…

P. G. nel mio lavoro convive sia il gioco nella dimensione del divertimento relativo alla costruzione e alla realizzazione ma c’è anche il progetto. Dal gioco può anche nascere il possibile, il realizzabile, magari con la collaborazione di un architetto o di un ingegnere. È possibile pensare di realizzare vere abitazioni. Tex Willer è stato ed è tutt’ora un motore creativo. Il sogno di una vita non regolamentata, istintiva a cui io faccio sempre riferimento. Questo adattamento alla vita quotidiana lo trovo faticoso. Ma poi trovo spazi e spiragli di bellezza e gioia nella natura…

Daniela Perego: qual è il collegamento fra il tuo lavoro e la sepoltura, che può dare anche conforto eventualmente. Io lo sento fortissimo, come fosse un rituale del passato. Ce lo vuoi raccontare se c’è?

P. G. Io non l’ho ancora elaborato effettivamente, dovrei pensarci ora…

Lucilla Catania: All’inizio Pino ne ha fatto cenno, se posso. Mi ha colpito infatti questo elemento autobiografico relativo alla morte dei tuoi genitori. Si tratta di un dato personale, intimo. La perdita dei genitori che entra prepotentemente nel lavoro, almeno nella fase inziale. Quasi come il dolore della morte dei tuoi genitori fosse in qualche modo esorcizzato o comunque alleviato nella realizzazione dei tuoi lavori plastici. Un aiuto a superare la separazione, forse?

P. G. Già il definire quel lavoro una possibile chiesa lo dimostra… Anche se non è cristiana.

Simona Belardi Lo stesso reperimento del materiale, soprattutto in spiaggia, a me sembra molto interessante…

P. G. Lo è! Con te, infatti, Simona feci una cosa che mi piacque molto. Ne è rimasto un ricordo fotografico. Un luogo chiamato Area sconosciuta, improvvisato nel sottobosco della macchia mediterranea, come fosse uno spazio sciamanico, magico, venuto fuori inaspettatamente. Sono nati da una carcassa fatta di elementi astratti, segni magici scultorei ai quali tengo molto. Le prime cose che ho fatto sono ancora più spontanee, immediate. Ma è chiaro che poi si cresce e le cose cambiano.

Enrica De Santis la cosa più interessante, per me, è questo legame continuo tra la sepoltura, quindi la morte, e la vita. Nel senso che la terra, che copre la morte, in realtà genera a sua volta la vita. Questi richiami che tu fai agli sciamani, alle relative tradizioni, a tutto quello che diventa interiore, che porta fuori un passato, mi sembra particolarmente interessante. E poi c’è l’elemento del gioco è altrettanto importante, perché nella parte superiore della terra c’è la vita, e la vita è anche gioco.

L. A. l’aspetto del gioco voleva essere un richiamo alla necessità di apprendere dal territorio. Ci sono poche cose più serie del gioco, tendenzialmente. Nel periodo dell’infanzia si gioca e poi, se si è fortunati, si continua a giocare tutta la vita, ma si complicano gli elementi del gioco e i partecipanti – gli artisti nel nostro caso – sono quelli che rischiano di giocare quando si preservano fino in fondo senza complicarsi troppo la vita. Nel caso di Pino, secondo me insiste questo aspetto di ingenuità, inteso nel senso migliore e più nobile del termine, nell’accezione inglese americana di ingenuità come l’inventiva che parte dalle cose inaspettate.

C’è poi un’apertura anche su un altro elemento fondamentale della sua ricerca, ovvero la dimensione teatrale del lavoro. A partire dalle tue costruzioni plastiche, una volta rese “abitabili”, interviene poi un elemento teatrale.

Un lavoro che a me piacque molto è quello realizzato in occasione di una residenza d’artista, al lago del Turano dove costruisti una zattera che girava su se stessa fino ad affondare, con sopra adagiata una veste di sciamano. L’aspetto teatrale lì era fortissimo.

P. G. La mia esperienza con la performance e col teatro è fortemente legata agli anni di lavoro con la Zattera di Babele, con Quartucci e Carla Tatò. Ho vissuto il teatro in prima persona.

Ma poi la voglia e l’esigenza era anche, in quell’occasione al Turano, quella di presentare me stesso, cioè “io persona”, ‘io uomo”. Il mio aspetto interiore, giocoso e non.

L. A. Vorrei tornare al cambio di rotta che mi sembra possa essere individuato a partire dalla mostra con Alberto Timossi alla Galleria Comunale, dove tu abbandoni l’elemento apparentemente casuale del reperimento dei materiali per avvicinarti ad un approccio più progettuale appunto, dove natura e artificio si confondono. È questa la nuova direzione del tuo lavoro? Una strada verso l’idea architettonica? È come se cercassi di mettere insieme una lunga ricerca. La tua ultima mostra, dove hai esposto bozzetti su carta, era una mostra estremamente progettuale da questo punto di vista. Non so se tutti conoscono una parte del lavoro di Pino, che è questa grande quantità di disegni molto belli, che hanno a che fare con una sorta di idea di paesaggio in corso di costruzione, più che di disgregazione. Trovo estremamente affascinante questo aspetto costruttivo che è venuto fuori perché generalmente il processo è inverso: si parte da una certa rigidità progettuale per poi liberarsi. Ce ne vuoi parlare?

P. G. Il disegno mi appartiene tantissimo perché è uno strumento immediato, spontaneo che nel mio caso non prevede un’organizzazione mentale, organizzativa. Questo spazio metafisico, che io trascrivo nel disegno, non so in realtà da dove venga. Quell’agglomerato di roccia, ad esempio, non so dire se viene dall’osservazione empirica o da una dimensione interna, intima. O anche i deserti: credo siano più spazi interiori.

Marina Sciarelli Chi conosce bene Pino sa quanto nel suo lavoro insista la dimensione del gioco, della voglia di vivere (nel tempo libero gioca a pallavolo, non sta mai fermo) ma c’è anche ordine. Quando lui lavora, si alza prestissimo, va a letto tardi, disegna, pensa, studia, scrive, mette a posto il suo studio che è sempre ordinatissimo. Pino ha un rigore impensabile. Insomma, in lui convivono queste due anime. Forse risiede qui anche quella dimensione di sofferenza. Ma nel lavoro c’è anche un percorso di guarigione, o comunque di terapia.

L. A. Siamo tutti d’accordo su come l’arte sia un processo terapeutico per chi la produce e per chi la vive in forme diverse. Tornando alla dimensione progettuale, più o meno consapevole, non vediamo l’ora di vedere questo lavoro proiettato nel futuro che frutti darà.

Massimiliano Troiani Una parola che durante questa chiacchierata è stata più volte pronunciata è “gioco”. Una parola che nelle altre lingue, come quella inglese, ha un significato più ampio rispetto alla nostra. Ma comunque il gioco ha delle regole. Mentre il progetto, inquanto tale, prevede eventuali modifiche. La sepoltura, soggetto sul quale stai lavorando da molto tempo, è destinata a divenire altro nella tua ricerca? L’abbandonerai a un certo punto, senti che la stai abbandonando per arrivare a un’altra forma oppure ci fai ancora i conti? O meglio ancora la sepoltura esiste sempre, perché è legata a quel dolore?

P. G. La sepoltura la posso “tirar fuori” in qualunque momento, è dentro di me. Quindi io volendo posso ricreare una sepoltura quando voglio. Con questa sepoltura ci gioco perché ce l’ho dentro di me e mi appartiene totalmente, posso farne quello che voglio. Questo è un passaggio positivo per me.

Rispetto all’elemento magico di cui si parlava, io lo sento molto e l’ho sentito realmente, in particolare alcuni mesi dell’anno, ad esempio in giugno. Sento un legame forte con la natura, con i dubbi, con i misteri. Il mistero della natura lo sento sulla pelle!

Una parte di questa soluzione risiede sicuramente in quello che io ho fatto e faccio, la sepoltura quindi. Fra la sepoltura e la memoria di mio padre, ad esempio, c’è un legame concettuale. Mio padre era un artista (benché ci sia anche madre vivida nella memoria). Ma mio padre aveva studiato architettura, disegnava case, mio nonno era ingegnere. Questa mia eredità confluisce nel lavoro evidentemente.

L. A. Un grande artista galiziano che ho conosciuto personalmente, Nito Contreras, purtroppo scomparso, parlava sempre dell’arte come segnaletica nello spazio. Per i popoli del passato il fatto di erigere un tumulo o di erigere un totem, qualsiasi cosa fosse presente nello spazio aveva un aspetto di protezione e di indirizzo, una sorta di Google Maps del Paleolitico. E la loro collocazione non era casuale ma rispondeva ad un disegno di orientamento rispetto ai campi magnetici. Ecco, il lavoro di Pino è molto vicino al lavoro di Nito, legato fortemente alla sua presenza nello spazio, all’aspetto magico, mistico, al legame con le nostre famiglie, ecc.

Diego Mazzoni Il rifugio generalmente contiene. Cosa possono contenere le tue sepolture? Istintivamente mi viene da pensare che ci sia un pensiero che tu contieni, che vuoi mantenere. Sbaglio?

P. G. Si c’è, esiste. Mi viene in mente il lavoro citato precedentemente, Tellurica. In quell’occasione Alberto Timossi frequentò alcuni spazi della mia installazione per entrarci con i suoi elementi in pvc rossi, come fosse un fluido, un cratere, una lava. Per me quello era un aspetto di possibile contenuto delle mie abitazioni.

Alberto Timossi Vorrei raccontarvi la mia esperienza di lavoro con Pino quando abbiamo pensato la mostra insieme. Tantissimi anni prima partecipammo ad un simposio in Abruzzo, in un bosco, e costruimmo con dei rami reperiti sul posto una costruzione del tutto effimera. Ecco, il bosco autonomamente cresce, si consuma, invecchia, cade, si rigenera. In questi ambienti naturali Pino trova linfa vitale per i suoi lavori, gode nel vivere, nel fare, nel giocare. Il gioco creativo è effettivamente la cosa più interessante del suo lavoro. Tornando alla mostra, il progetto condiviso non era concludere ma fare, sperimentare. Questo permette a Pino di rimanere sempre giovane, sempre creativo, nonostante gli anni passino. Detto questo il nuovo elemento progettuale di cui si parlava prima effettivamente risulta nuovo!

L. A. Un jazzista disse che infondo la musica è individuare una casa e poterci tornare. È un po’ quello che Pino fa con i suoi lavori. Facendo capo ai racconti della tua infanzia, forse la sua è stata una fuga dai palazzi costruiti da tuo nonno. E le sue abitazioni sono la sua nuova casa, nella quale torna. È molto affascinante questo aspetto.

Lucilla Catania Vuoi raccontarci Antropiche, i due lavori presenti nel Parco di Sculture? Che di fatto non sono sepolture, ma sono antri…

P. G. C’è un aspetto che non abbiamo ancora indagato effettivamente. Mi riferisco alla componente interna dei miei lavori, nello specifico Antropiche. Come dicevi si tratta di antri, io le chiamo carcasse, perché ricordano il costato di un animale. In effetti sono strutture cave, e la collocazione di queste opere non è stata casuale. Ho volutamente inserito le opere in una zona rocciosa del Querceto. Mi sembrava una scelta non ortodossa, inusuale. Poco più avanti c’è uno strapiombo. Un posto bello, suggestivo. Quel posto in particolare mi ha “chiamato”. Ho costruito Antropiche nel mio studio. Insieme le ho trovate comunicanti, non a caso le abbiamo collocate una vicina all’altra.

Emiliano Campagnola voglio fare un tributo a questo incontro e a questa discussione e ovviamente alle opere di Pino che sono inizialmente un tripudio di spirito fanciullesco (costruire una capanna come rifugio) che poi approda alla serietà della dimensione ultima della sepoltura. Ho conosciuto Pino in occasione di uno spettacolo teatrale al quale lavorò con Marina come costumista, scenografo e scultore. Si trattava della sepoltura del padre di Amleto, del re di Danimarca. Anche in quel caso si trattava di una sepoltura-rifugio.

Simona Belardi Io sono stata un’assistente di Pino, ho conosciuto la sua opera da vicino, nel suo farsi. Ho avuto la sensazione che non fossi stata io ad incontrare Pino ma che fosse stato Pino ad incontrare me! È stato come sperimentare un’affinità elettiva. Che lavorassimo nel bosco o a studio, ogni cosa nel lavoro di Pino risulta naturale, spontaneo. Non ho mai avvisato la progettualità di cui si parlava, almeno nella mia esperienza. Avevo incontrato una persona che parlava la mia stessa lingua. Questa dimensione spontaneistica del lavoro a mio avviso non si può insegnare.

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