Sono bimbi tutti quelli che muoiono, come una volta, ma mutilati, e ancora li mette nella culla in fasce, al levarsi delle stelle, una madre attenta. (Giovanni Pascoli, Pomponia Graecina, trad. Enzo Mandruzzato).
Una mattina d’agosto di qualche anno fa salii sul monte Capanne, all’isola d’Elba, un grande cono di granito venuto su al tempo del vulcanismo toscano. Quand’ero tra i boschi albeggiava, e poi, superata la vegetazione, tutto era di granito, anche il sentiero fatto con enormi lastroni distaccatisi naturalmente, quasi fossero stati scolpiti a mano. Mi ricordavano la lastra tombale di mio padre nel cimitero di Portoferraio, lui che all’Elba era nato nel lontano 1902. Questi erano più eleganti, come fossero stati scolpiti da uno scalpello più preciso.
Quando ridiscesi mi imbattei nell’eremo di San Cerbone, un eremita dei primi secoli del cristianesimo (di quelli esecrati da Rutilio Namanziano nel suo De reditu) che qui aveva la sua grotta. Cercai la grotta, che non avevo mai visto. Dopo un po’ non mi accorsi che ce l’avevo davanti. Sì perché era piuttosto piatta, come un abside poco profondo. Ma avvicinandomi prendeva profondità, prendeva forma di grotta. Mi stupii non tanto che non c’era nessuno, ma anche che non c’erano quasi indicazioni, se non povere e semplici, appena visibili. La cosa che mi colpì è come fui accolto. Mi sentii accolto con una generosità e un calore incredibili. Ecco è proprio questa ospitalità che mi colpì, e come, pur nella nudità della grotta, sembrava non mancasse niente. Non fu tanto il senso di pace a colpirmi, ma la vivacità, la ricchezza, la dovizia di quel luogo. Mi sembrava che qui avrei potuto vivere tutta la vita, e non mi sarebbe mancato niente.
Altro particolare, il mare, che si vede dovunque dall’isola, qui non si vede. Ma si sente. E la sensazione è più forte che vederlo. Tornato a casa scrissi questi versi:
Nella grotta di San Cerbone
arrivi e sei accolto subito
la porta è aperta anzi non c’è porta
la grotta è piccola ma c’è spazio quanto vuoi
non ci sono arredi ma non manca niente
nessuno ha pulito prima
ma è tutto pulito come uno specchio
ti siedi su una pietra, è un sedile
se vuoi, oppure è solo una pietra
la pietra è preziosa è granito
ma tutta la montagna è granito
stai seduto e non hai freddo né caldo
non hai nessun desiderio
non vorresti andartene mai
vorresti stare lì per sempre.
La grotta di Nora è molto diversa. Anzitutto il mare: qui lo vedi, anzi è il centro dell’immagine, l’origine della luce, e della vista. Non il mare grande, ma un punto, un fuoco, una pupilla azzurra. Come se il mare, e la luce, fossero non fuori, ma dentro.
Essendo una grotta marina dovrebbe risuonare del rumore del mare, e invece non senti niente, il mare non lo senti ma solo lo vedi, è pura immagine e non suono, è un mare tacito e fermo, una luce.
Tanto è aperta la grotta di San Cerbone, tanto è chiusa la Grotta Segreta di Nora. E’ come il seme tra le valve del guscio, come un fuoco chiuso tra le palme che si comunica, aprendo con le mani giunte altre palme chiuse, come nei giochi dei bambini. E’ vita segreta che si comunica, segretamente, in altra vita.
Se la grotta di San Cerbone non la vedevi, questa la puoi solo vedere. Non sei accolto dentro, ma, stando fuori, davanti, sei accolto nel suo segreto. Come davanti a un simbolo, a un quadro, ti viene confidato qualcosa che ti riguarda in prima persona.
C’è una luce dentro la vita, e nell’uomo (il corpo umano disteso ripiegato come un feto sembra originarsi dal mare luminoso, e da lui irradia una scia di luce verso chi guarda, chi riceve). Una luce segreta che riceviamo, che adesso, come naufraghi distesi sulla riva, ci indica la via.
Non siamo vigili, attenti, siamo accasciati, addormentati, prima di nascere e dopo la morte. Siamo come il nascente che viene spinto fuori, o dentro; come il morente che viene spinto fuori, o dentro, nella grotta materna.
Infantes sunt qui moriuntur, ut olim,/ et manci, linoque iterum, dum sidera surgunt, / vinctos in cunis deponit sedula mater. Sono bimbi tutti quelli che muoiono, come una volta, ma mutilati, e ancora li mette nella culla in fasce, al levarsi delle stelle, una madre attenta.