I Martedì Critici

IL MITO DI PIERO DELLA FRANCESCA, di Anna de Fazio Siciliano

pdf madonna con bambinoPrendendo in prestito il titolo di un celebre saggio (“Indagine su Piero”) la mostra di Forlì, “Piero della Francesca. Indagine su un mito”, è una operazione espositiva davvero innovativa: per l’originalità della rilettura critica su Piero che apre a interpretazioni del tutto libere ma ben inquadrate nel contesto visivo che la mitografia su Piero ha generato.

Tante, tantissime le opere (circa 250) che arrivano da ogni parte d’Italia e dall’estero (Firenze, Venezia, Città del Vaticano, Cortona, Perugia, Parigi ecc.) e vanno ad arricchire i pochi prestiti di Piero. Quattro anzi tre, come annunciava Sgarbi dalle colonne de Il Giornale: “La Madonna con il Bambino non è di Piero”. L’attribuzione però, leggiamo in catalogo, non era “accettata concordemente” già dai tempi di Longhi e si basa su un confronto del paesaggio dietro la Vergine con l’altro sfondo dietro il “San Gerolamo”, questa di padre certo.

Tra le punte di diamante esposte, oltre all’eccezionale e sprezzante “Madonna della Misericordia” di Piero, anche il “Busto di Battista Sforza”, autentico capolavoro del Laurana e “L’amante dell’ingegnere” di Carlo Carrà. Con queste due opere si apre la prima sala che racchiude già il senso della mostra: l’eccellenza dell’antico a confronto con l’arte moderna. Intellettualmente stimolante sono il reportage fotografico di Longhi e la mappa dei disegni dell’archeologo Layard (nato a Parigi) che testimoniano l’influsso di Piero al di là dei confini italiani. Finalmente visibile è “Il calice” di Paolo Uccello, uno dei suoi incubi prospettici, oltre alle minuscole preziose tavole del Beato Angelico che eccezionalmente varcano la soglia del Vaticano. Un altro fiore all’occhiello, al culmine della “sala delle uova” (che crea un invisibile legame con la pala pierfrancescana di Brera) è rappresentato dalla misteriosa “Silvana Cenni” di Casorati, nelle ultimi spazi che si avvicinano alla fine del percorso vicino a Hopper e Balthus e all’altro cadeau forlivese, la Ebe del Canova. Non manca quindi dietro le trame del racconto tutta la raccolta dell’eredità di Piero dal ‘400 fino all’ età moderna. A sorpresa non c’è Cézanne che poco aveva a che vedere con Piero, come sostiene il curatore Mazzocca (al contrario della tesi su cui si basava un testo di Berenson) ma Soffici (seguace di Cézanne) e Seurat che si ispira al biturgense in modo più diretto.

In complesso la densa esposizione ha raccolto consensi ed entusiasmi da più parti, anche se a qualcuno il titolo della mostra ha fatto storcere il naso (come a chi scrive). Benché il numero di opere di Virgilio Guidi (un paio sono di Sgarbi), del Beato Angelico o di Paolo Uccello sia più alto di quelle del Maestro, è più che noto che la maggior parte delle sue opere è del tutto inamovibile, dal momento che si tratta di affreschi e opere presenti in piccoli musei italiani, senza i quali, si sa, resterebbero privi di un capolavoro fondamentale alla comprensione della collezione. Ecco perché chi scrive penserebbe a un titolo come “Riflessi di Piero” o “Il mito di Piero nei secoli” senza mettere per forza in evidenza il nome di Piero della Francesca attraverso una altisonante grafica in capital letters. Il rischio, non per altro, è quello di confondere pubblico e studiosi all’affannosa quanto inevitabile ricerca di altri dipinti pierfrancescani tra le sale del San Domenico.

Per capire una mostra, di solito non bastano poche opere del pittore di riferimento, e questa mostra con un ricco bagaglio di opere riesce comunque a spiegare i legami più stringenti o più sottili con i suoi contemporanei nonché con l’800 e le Avanguardie. E se non si poteva chiedere di spostare da Monterchi l’affresco (pur se già staccato) della Madonna del Parto, movimentazione che potrebbe ulteriormente danneggiarlo, tantomeno si pretendevano opere presenti dei piccolissimi musei italiani, da Urbino per esempio. Ma gli Uffizi si sarebbero davvero impoveriti senza il dittico Montefeltro – Sforza? Ma se si scaglia un j’accuse, questo non va al comitato della mostra, quanto piuttosto al sistema Italia e ai musei stranieri: il National Gallery di Londra o il museo del Massachussets non potevano concedere prestiti?

Un’altra considerazione: è alquanto incredibile notare che la mostra, come molte altre, sia salva nonostante il perverso meccanismo all’italiana. Perché per offrire una mostra non si può non passare attraverso il finanziamento di restauri, cosa che porta certe volte a interrogarsi sull’opportunità di farla. Ma questo è un punto di merito a Forlì quindi, soprattutto considerato il fatto che l’Italia nonostante sia uno dei Paesi “a maggiore densità artistica” abbia nel contempo ancora scarsa attenzione ai suoi beni culturali. In breve quindi, anche se tiene tra i suoi seni qualche serpe velenosa, la mostra non fa mistero dei suoi incanti e punta lo sguardo sui molteplici volti del pittore più enigmatico di tutti i tempi.

 

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