Sculture in campo a Roma. RENZOGALLO dialoga con GIOVANNA DALLA CHIESA. L’intervista

Renzogallo

La mia prima mostra in Italia risale al 1967 a Roma (la prima in assoluto era stata a Madrid nel 1965 presso l’Istituto Ispanico de Relaciones Culturales) . Ero tornato dai miei viaggi all’estero, la mostra era presentata da quelli che erano i miei docenti di Liceo artistico. Parlo di Capogrossi, Turcato, Novelli e Afro. Fu Novelli a presentarmi alla Galleria Il Ferro di Cavallo, proprio di fronte all’Accademia. Una lunga carriera, quindi, lungo la quale ho avuto l’occasione di conoscere tanti amici e colleghi, fra questi ovviamente Lucilla Catania, con la quale ho avuto il piacere di collaborare presso il Parco di Sculture di Bassano, con un’opera di recente realizzazione fatto appositamente per Sculture in campo, di cui potete apprezzare qui il bozzetto originale. Ho scelto in questa occasione di mostrarvi questo lavoro, perché ha un significato per me particolarmente importante: il titolo dell’opera è Una sera a cena con Hidetoshi. È un lavoro che ho realizzato subito dopo la morte di Hidetoshi Nagasawa, un grande amico, con il quale ho condiviso molte esperienze, molte occasioni espositive e piacevoli incontri. L’opera nasce potenzialmente a Londra. Avevamo visitato la mostra di Anish Kapoor alla New Tate, e lo stesso giorno abbiamo visitato anche la Sala Rothko. È stata un’esperienza incredibile vedere le opere di questi due artisti: da una parte con Rothko, il grande spazio della memoria, del sentimento, dell’emozione, della spiritualità, dall’altra con Kapoor invece l’enorme tromba di un materiale sintetico, un sibilo, un suono. Saranno stati 20 o 30 metri, un’opera gigantesca che ti assorbiva, ti richiamava a sé. Quello di Kapoor era uno spazio fisico. Quello di Rothko uno spazio mentale, onirico. Già dalla cena, non lontano dal nostro albergo a Victoria Station, cominciammo a parlare di questa esperienza per arrivare a analizzare anche il nostro vecchio lavoro presso la Fondazione Volume di Roma nel 2000, la nostra personale a due. Vennero fuori tante questioni nuove da indagare ulteriormente. Cominciammo a riflettere su cosa fosse il vuoto, cosa il pieno, e sul concetto di perimetro in particolare, sull’idea del segno che in qualche modo descrive, ma non esiste in sé. Il segno non è che impulso dell’anima, è qualcosa d’inesistente in natura, una cosa del tutto mentale. È quello che precostituisce un’idea (una figura), una nuova esistenza che poi sarà ben altro, sempre. Parlammo, per associazione libera, de Le Città invisibili di Calvino. Pieno, vuoto, memoria. Non si può non parlare di Calvino. Questo fece sì che nel momento in cui Hidetoshi ci lasciò per sempre volli fare un omaggio alla sua memoria, ricordando quella giornata di Londra, collegandola a una cosa che il mondo intorno a noi diceva scherzosamente in occasione di esposizioni, dove eravamo entrambi presenti. Ridendo dicevano che io risultavo essere il più orientale degli artisti italiani e Nagasawa il più occidentale degli artisti orientali (risate). In occasione di una mostra che facemmo al Museo di Reggio Emilia, di fronte a una grande allegra tavolata provammo a evidenziare in qualche modo questa balorda concezione, così assurda. Ridendo e scherzando, avendo anche un po’ bevuto (in Emilia e con quegli amici, complice l’alcool) facemmo io la sua caricatura e lui la mia: un’opera dalla quale non mi separerò mai più, ovviamente. Ma torniamo al concetto del perimetro. Il perimetro è qualcosa che chiude, che ha valore nel momento in cui al suo interno esiste qualcosa che da determinare. Ma è molto limitato. Non può contenere altro al di fuori di ciò che descrive al suo interno. Mentre le aperture, le porte, sono varchi verso lo spazio, possibilmente verso lo spazio totale. Uno spazio totale che può essere frammentato nel momento del racconto, per esprimersi attraverso episodi. Oppure, può essere una spinta ulteriore per andare oltre. Ho sempre pensato che l’orizzonte non fosse mai un punto d’arrivo, ma un punto limite del tuo percorso (brutta parola) e che serve solo per aggiungerne un altro e un altro ancora.

E da qui trae origine la riflessione sulla linea retta: un’illusione, qualcosa che costruiamo per semplificazione, perché lo spazio è curvo. La anticipiamo, la definiamo per descrivere qualcosa che in realtà non conosciamo. È un’avventura. Mi sarebbe piaciuto essere Corto Maltese. La mia vita, infatti, è stata piuttosto complessa e questa premessa serve per descrivere un po’ il passaggio dal vecchio al nuovo lavoro, a quello più recente.

Negli anni ’70 tracciavo segni sulla tela frequentando un gruppo di amici artisti operanti in una direzione che qualcuno semplicisticamente chiamò Nuova pittura. Si trattava di un gruppo che gruppo non era, in realtà, però ci si frequentava molto, almeno fino alla scomparsa di molti. Ero ossessionato dall’idea di tracciare una campionatura spaziale, una sintesi dello spazio totale. Ricordo che dividevo l’opera in tanti quadratini dove tracciavo dei segni, segni-spazio, segni-colore. segni-luce. Questo processo mi ha portato, immediatamente dopo il ’76, alla necessità di uscire dal quadro, alla mia prima installazione alla Galleria Civica di Modena, dove continuai a coinvolgere anche lo spazio esterno alle opere su supporto, invadendo le pareti circostanti. Lavoro precisato e sviluppato, poi, con ulteriori interventi al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Questa riflessione sul concetto di spazio arriva fino agli anni ’80 e qui trova nuova forma. A quel tempo leggevo William Blake e i mistici inglesi. Certe letture divengono spesso e volentieri indicazioni per i miei pensieri che poi si concretizzano in qualcosa. So dove inizio, ma non so mai dove vado a parare. La presunzione dell’artista è quella di mettere un punto laddove in realtà non si è ancora concluso proprio niente. È da questa esigenza di superare lo spazio già definito che nascono i lavori ambientali che ovviamente necessitano di un’intrusione attiva nell’architettura.

Mi rendo conto che a un certo momento della mia vita questi aspetti, diversi fra loro, si sono unificati in un’unica forma linguistica nell’intenzione di inserire il mio lavoro sempre di più nell’ambiente fisico, nello spazio totale, sempre di più nella natura o nell’architettura già realizzata. Di fatto il mio lavoro conserva aspetti pittorici, architettonici e plastici. Non credo possa esistere alcuna differenza fra questi aspetti ma anzi, ci si esprime in modi diversi e questa è una cosa che ho sempre pensato utile e necessaria per il mio lavoro, anche perché non ho mai voluto essere riconoscibile, come quello che fa quella cosa lì. Mi sono sempre molto annoiato nel visitare mostre con opere anche piuttosto belle, ma tutte uguali, come in una vetrina in cui trovi tante borse per signora bellissime, perfette dove non cambia nulla tranne il colore. Penso che ognuno di noi sia protagonista di una continua avventura nella vita quotidiana, quindi non m’interessa l’aspetto formale della coerenza stilistica. Trovo invece più importante la coerenza nella direzione di un viaggio frammentato e schizofrenico, se volete.

Passerei adesso la parola a Giovanna che ringrazio per la sua pazienza.

Giovanna Dalla Chiesa

Dalle tue parole, caro Renzo, si capisce quanto il tema dello spazio sia importante nel tuo lavoro. Mi piacerebbe, tuttavia, che il tema dello spazio fosse messo a confronto con quello del luogo. La nostra concezione di spazio è strettamente connessa con l’idea di misurabilità. Il mio amico Franco Farinelli è solito spiegare che spazio viene dallo stadion greco, un’unità di misura in cui tutte le parti sono equivalenti e, in qualche modo, intercambiabili, senza che per questo cambi nulla. Ma esiste un’altra concezione dello spazio, quella di luogo che si contraddistingue per le sue qualità uniche e non unificabili, rispondente invece a una dimensione mentale, o dell’anima, uno spazio di riconoscimento, più complesso e polivalente. Certamente la tua generazione ha tentato di uscire dallo spazio geometrico, dallo spazio misurabile. Hai citato Rothko prima. Un bel modo di confrontarsi con una dimensione “altra”, “interiore”, che non so se si possa esattamente chiamare luogo, in questo caso, ma che certamente ci si avvicina molto. Rothko considerava la sua forma rettangolare completa e unitaria, come la sovrapposizione dei due rettangoli, inizialmente entrambi presenti sulla stessa tela, sino a ché la porzione tra i due non cominciò a dilatarsi e a inglobarli entrambi, unificandoli. Quei due rettangoli, corrispondevano originariamente alla parte superiore e inferiore del nostro corpo, riuscire a unificare le due parti era quindi particolarmente importante. Questa nuova forma, lui diceva, evocava ossessivamente la fossa in cui furono interrati i suoi genitori dopo la morte. Si trattava, dunque, per lui, di quello spazio specifico, non di altro. E questo fa sì che non si possa parlare, in questo caso, di una dimensione puramente astratta, ma, al contrario, determinata e decisamente interiore. Direi, quindi, che Rothko è̀ stato il primo a uscire da un’idea di spazio geometrico, avvicinandosi al concetto di “luogo”, come fatto specifico e irripetibile nella nostra esperienza.

Renzogallo: Beh, sì. Penso chiaramente che esista una grande differenza tra spazio e luogo. Il luogo è definito, è già circoscritto nell’anima, se vogliamo considerarlo come spazio della sensazione, dell’immaginario, della fantasia e l’altro è uno spazio fisico, determinato, dinamico, totale. Lo spazio-luogo in qualche modo può essere inserito nello spazio fisico, totale.

Entrambi gli spazi fanno parte della nostra dimensione percettiva nel segmento-vita. In questo senso, il tempo non è da me considerato molto. Ho una gran difficoltà a collocare nel tempo perfino i miei lavori. Ma è questa retta-curva che è la mia vita a interessarmi. E questo non può prescindere da una visione totale delle cose. La differenziazione è una facilitazione narrativa del racconto. Il concetto di chiusura nel mio spazio non c’è. Perché se questo spazio è spazio totale, è all’infinito, come Giordano Bruno ha sempre sostenuto, diciamo che possiamo definire lo spazio Dio, come le religioni fanno, a questo punto, se è infinito. Se lo spazio è Dio è anche la totalità. E questa totalità nello spazio è il nero. Il nero di Malevič. Ma nella sua differenziazione (il suo opposto, il pieno) è anche il Giardino delle delizie di Bosch. Due aspetti completamente diversi ma della stessa cosa. Il nero comprende tutto. È uno spazio fisico, ma anche mentale.

Giovanna Dalla Chiesa

In genere nelle tue sculture c’è un costante dialogo fra il vuoto e la forma. Ci sono strutture aperte che s’intrecciano e s’intersecano nella percezione, che mi sembra tu abbia costruito con una visione dall’alto. Tu costruisci un perimetro, che in realtà non è così esatto, né così determinato, ma la visione è costruita dall’alto. Poi naturalmente l’incontro con l’opera è frontale e percorribile intorno. Tutte queste forme trovano, poi, una sorta di moltiplicazione. E’curioso perché questo mi fa pensare alla mia esperienza a New York. Ci ho messo un mese per ritrovare la dimensione delle cose. Quando arrivai vedevo tutto piatto. Poi quando ho scoperto, come sono nate le metropoli americane, ossia disegnando dei rettangoli (o reticoli) in cui, senza una grande pianificazione urbanistica, senza punti apicali verso cui lo sguardo dovesse convergere (come, invece, capita in tutte le nostre piazze) ho capito perché la percezione – la stessa che Mondrian doveva aver avuto affacciandosi dalla finestra quando dipinse il suo Broadway Boogie-Woogie, dove i movimenti appaiono come una sorta di pulsazione – capii che il modo di costruire lo spazio degli americani, consentiva la molteplicità dei punti di vista. A New York tutto si muove alla fine. C’è un fitto incrociarsi e pulsare delle strade, in modo straordinariamente dinamico, proprio perché è stato abolito, con la prospettiva, il punto di vista obbligato, fisso. Tornando a te Renzo, studiando il tuo sito ho osservato che si parte da opere frontali a parete per poi arrivare alle prime opere collocate a terra. Mi è sembrato un passaggio importante per come tu costruisci l’opera.

Renzogallo

In realtà l’opera vive più momenti, questo credo un po’ per tutti. Gli stimoli sono sempre esterni. Non è un lavoro tecnico il mio. Il luogo parla ed è il primo suggeritore. E chiede molto. Normalmente c’è molta confusione fra Land art e Arte ambientale, due cose sostanzialmente diverse. Io mi occupo di Arte ambientale, non di Land Art. Tranne in un caso, dove ho dovuto necessariamente modificare l’ambiente, in 345 gradi nord, in quella pensilina che va nel vuoto in Abruzzo. Si tratta di un caso eccezionale. Avevo la necessità di eliminare ogni elemento che potesse disturbare il rapporto con un luogo primario di partenza, la natura che scivola verso un lago, un silenzio, una calma. Ho cercato di stabilire una relazione diretta. Questa pensilina, una poltrona di marmo di Carrara costruita a picco, 14 metri nel vuoto, doveva avere questa libertà intorno. Di solito non tocco mai l’ambiente, se non minimamente. Ci vuole sempre un gran rispetto dei luoghi che si toccano.

Giovanna Dalla Chiesa:

Tornando all’opera di Sculture in Campo, come sei arrivato alle ombre tracciate sul suolo?

Renzogallo

Avevo visto che in quel luogo, in quel punto c’era una forte luminosità. Nel progettare l’opera ho notato che questo avrebbe presentato un’eccessiva regolarità geometrica, mentre necessitava di un attimo di libertà, di liberazione. Avevo pensato troppo, evidentemente. Ho voluto, simbolicamente, dare un po’ di spazio al vento, immaginando che quelle ombre fossero state prodotte dal suo movimento. Quelle giuste, invece le aveva fatte il sole (razionale, intelligente).

Lucilla Catania

Ho il piacere di osservare tutti i giorni quest’opera e noto come le ombre prodotte dalla rifrazione del sole interferiscono con quelle “artificiali”, quindi sul piano ci sono sempre due tipologie di ombre, fino al tramonto, quando restano soltanto le ombre disegnate. E’anche molto poetico tutto questo.

Giovanna Dalla Chiesa

Sono sempre stata affascinata dal segno, l’ho studiato molto. Quando ho incontrato l’opera di De Chirico osservavo insistentemente quelle ombre che per me erano magnetiche. Tu Renzo cosa intendi per segno invisibile?

Renzogallo

L’ombra è al contempo inconsistente, ma presente, anzi determina la presenza fisica. L’idea del vuoto, del permesso per andare oltre s’incontra spesso nel mio lavoro. Il tema di due mie mostre di un paio di anni fa a Roma era proprio l’oltre. L’idea di andare oltre un ipotetico orizzonte, quindi un’idea di apertura, di possibilità. Importante è stato anche capire come questo segno, un segno del tutto mentale – la porta – nient’altro che una concezione dell’anima, avesse la necessità di contrapporsi a qualcosa di reale, di fisico: la materia. È stato sempre un tema da me molto frequentato quello della materia. Penso alla materia dei miei lavori in argilla, l’oro, e il raso. Durante la pandemia ho lavorato molto su piccoli disegni, tantissimi piccoli disegni, che poi hanno fatto da corollario, come una teoria bizantina, al lavoro che avevo realizzato a terra. Invece di figure, ci sono porte. La materia è intervenuta proprio a proposito di quanto i giornali dicevano in quel periodo, dell’irragionevole enfasi che i giornalisti mettevano sulla tragedia, quasi un compiacimento della tragedia stessa. Io non potevo fermare tutto questo, ma era una problematica che mi toccava fortemente. L’unica cosa che potevo fare era un gesto simbolico. Quello di bruciare. Bruciare le parole. La materia risultante, la cenere, il giornale bruciato, è diventata la mia lingua. Negare le parole e portarle di nuovo in superficie a livello estetico. Ho voluto ragionare sull’idea di un segno che si completa con la sua contraddizione: ciò che è mentale e ciò che è fisico. Questo è stato sempre un gioco presente nel mio lavoro. A volte consapevolmente, a volte no. Le anime sono tante. Non è mai una sola. E spesso ognuna è contraddittoria.

Giovanna Dalla Chiesa

Mi colpisce il fatto che non sia mai una buona idea “pulire troppo”, lasciare spazio all’indefinito. Cosa ne pensi?

Renzogallo

Pensiamo al disegno, quello concepito rigidamente con la presunzione della perfezione. La perfezione non esiste. La perfezione è degli dei. Bisogna fare qualche piccolo errore per essere credibili.

Giovanna Dalla Chiesa

(avvicinandosi al lavoro presente in sala, indica l’opera esposta)

Renzogallo

Ecco, quello è realizzato con i giornali bruciati. E queste porte chiaramente diventano contraddittorie, non sono più verticali, possono essere, incidentali, orizzontali. Ho fatto un ciclo di lavori nominandoli con degli avverbi, poiché gli avverbi determinano le azioni, sono quelli che le specificano. La serie, infatti, si chiama Appuntamento con gli avverbi: Ancora, Perché, Comunque, ecc. Questo invece si chiama NAMI, in giapponese significa onda, da qui “tsu-nami”. Sono gesti di presenza attiva della materia o di un’azione esterna verso un oggetto precostituito, in questo caso una porta. Quando il segno interviene, interviene sempre in modo violento, dinamico e determina un’alterazione della forma.

Giovanna Dalla Chiesa

E la vita? Il segno della vita?

Renzogallo

Corto Maltese. Quando penso alla vita penso a Corto Maltese. Io avrei voluto essere Corto Maltese. Due sono i libri fondamentali della mia formazione: Robinson Crusoe e Don Chisciotte. In uno c’è la necessità e il desiderio dell’autonomia, la totale autonomia, la sfida. La vita è un po’ questo, la domanda se potremo farcela oppure no. Anche nel mio lavoro c’è sempre un punto interrogativo, nulla è definito o definitivo, perché penso che il dubbio sia l’unica cosa credibile alla fine. Mettersi in discussione, interrogarsi sulle cose e sul loro contrario, sempre. Credo assolutamente possibile la convivenza fra due contrari, perché non è detto che ci sia un’unica realtà. Quindi, il Dubbio e il Caso. Il caso è fondamentale, considerando che un errore non è mai un errore, perché quando si manifesta c’è sempre qualche motivazione imprescindibile, irriconoscibile che lo determina. Mi sono sempre fermato sull’incidente, che a volte è un incidente felice. Sul quale costruisci un’altra storia ancora. Come un salto, un salto nella vita. Adeguarsi al continuo cambiamento: questa è la sfida! E’ qui che Corto Maltese è presente.

Giovanna Dalla Chiesa

Vorrei chiedere a Maria Giovanna Musso, che si è molto occupata del don Quijote, cosa pensa del racconto di Renzogallo

Maria Giovanna Musso

Ho ritrovato qui, casualmente, una serie di elementi sui quali ho avuto modo di riflettere nella mia carriera anche lavorando sul capolavoro letterario di Cervantes, e ritrovare questo amore e questa inclinazione per il possibile mi stupisce. Andare oltre il perimetro e sporgersi sempre oltre, dove puoi incontrare l’errore, che può diventare al contempo fonte di nuova conoscenza. Io non conoscevo bene il lavoro di Renzogallo, ma questi elementi li rintraccio e sono rimasta letteralmente incantata di fronte all’opera realizzata per Sculture in campo. Un testo che indica una serie di percorsi e integra al suo interno molteplici possibilità di espressione. Il fatto che tu riesca a esplicitare in maniera cosi chiara ed evidente tutti i risvolti di questo approccio, semplicemente mi colma di gioia, mettendomi in corrispondenza con te.

Sul tema del possibile e anche del rapporto che c’è fra le convenzioni che sono necessarie per poter vivere in una società che sia minimamente regolata e la necessità di affermare i personali punti di vista, con tutte le difficoltà e le insidie che questo comporta. E’ soltanto attraverso l’arte che si può alimentare questa teoria di possibilità ulteriori senza sfociare nella follia. Questo rapporto fra arte e follia, fra il genio che va oltre il consentito e la capacità di ricostruire un quadro sensato, dove il possibile viene integrato. E’ un discorso che dovremmo affrontare in maniera più esplicita. Io insegno all’Università e osservo come le nuove generazioni avvertano il bisogno di avere la consapevolezza di potersi allontanare dal percorso obbligato. Però farlo senza capacità creativa e senza un ancoraggio al senso delle cose è molto pericoloso. Molta industria culturale, molta retorica è orientata allo sbaraglio. Come a dire: Andate, non importa dove.

Giovanna Dalla Chiesa

Alimentando cosi il sentimento di onnipotenza.

Maria Giovanna Musso

Esattamente.

Giovanna Dalla Chiesa

Volevo aggiungere quanto per me sia stato importante scoprire Sculture in campo. Penso agli ambienti universitari del nostro paese, cosi diversi e così lontani dai campus anglosassoni, ad esempio, dove c’è sempre un rapporto con la natura. Quando penso al mio Liceo, il Virgilio di Roma, mi sembra un carcere. Così come mi appariva la Facoltà di Lettere all’Università di Roma. In questi ultimi tempi, mi sono chiesta spesso come faccia l’animo, così come l’intelligenza, a esprimersi in condizioni ambientali ostili, dove manca qualsiasi luce di bellezza. E mi rendo conto che soltanto uscendo dalle città – un argomento che ho affrontato con Beppe Morra che in questo è stato un vero esempio – si possono tracciare percorsi diversi nell’incontro fra uomo e natura. Questo è fondamentale. Tutta la modernità si era concentrata sulla città e sul museo nella città. Oggi, invece, ci rendiamo conto di quanto questa concezione sia vetusta e persino nociva. La città oggi produce soltanto consumo e spreco. L’esperienza di Sculture in campo, in questo senso, è in forte, positiva, controtendenza.

Renzogallo

Anche l’arte stessa è consumo, consumo e profitto. Qualche anno fa a New York con mia moglie abbiamo voluto fare un sondaggio visitando un cospicuo campione di gallerie. Ne abbiamo visitate un centinaio. Incredibilmente abbiamo osservato una totale omologazione. E’ il mercato che determina la tendenza, lo stile. Quella che una volta si chiamava ricerca, non è funzionale al sistema. Eppure l’idea dovrebbe nascere da chi opera, non dall’esterno da chi governa il sistema. La stessa cosa è successa nell’ambito della critica. E’ cambiato tutto. Il critico è diventato l’ideatore, il costruttore di pensieri, e gli artisti sono gli esecutori, sono le didascalie di questo pensiero.

Diderot si rivolterà nella tomba. Io ho cercato di lavorare molto diversamente.

Giovanna Dalla Chiesa

Forse Renzo viene da un’esperienza privilegiata, basta pensare ai maestri che ha citato, Capogrossi, Turcato, Novelli, Afro, ma riuscire con i propri mezzi a sopravvivere in quello che è diventato il mercato dell’arte oggi, dando una risposta anche alle numerose chiusure di gallerie storiche, non è cosa da poco. Per cambiare questo sistema bisogna fare esattamente quello che stiamo facendo oggi: alimentare il dialogo, non soltanto facendo spazio alle esperienze dell’artista e al suo rapporto con il luogo, la natura etc, ma anche a tutto quello che c’è intorno: ovvero all’incontro con le persone.

Renzogallo

La mia generazione s’incontrava al bar, da Buccone ad esempio, e discuteva. Ricordo una volta che Eliseo Mattiacci prese a pugni qualcuno che era contrario alle sue idee, me lo ricordo benissimo C’erano delle realtà fantastiche. E soprattutto si discuteva di Arte!

Giovanna Dalla Chiesa

Si parlava di tutto, non solo di arte, ma anche di scienza e in particolare di fisica quantistica. Gli artisti e i critici s’incontravano, anche con curatori stranieri e si discuteva. Noi siamo cresciuti in questo modo.

Renzogallo

Non voglio fare il nostalgico dei tempi andati, assolutamente, il mondo cambia, ha altre esigenze, altre urgenze. Io però non posso permettermi di ripartire da zero facendo una fuga astratta dalla mia formazione. Osservo il mondo nuovo, ma con i miei occhi.

Giovanna Dalla Chiesa

E’ davvero sorprendente il lavoro che sei riuscito a fare anche senza le gallerie, in virtù della tua capacità di avventurarti, non battendo mai strade scontate. Penso al tuo rapporto con la committenza greca, ma anche qui in Italia, in luoghi insoliti e meno conosciuti sei riuscito a integrare perfettamente il tuo lavoro e a lasciare un segno, che non sarà, né potrà essere venduto al dettaglio.

Renzogallo

Anche perché questi miei lavori è piuttosto difficile incartarli e portarli via! (risate)

Giovanna Dalla Chiesa

A me sembra che questa società stia tentando di eliminare completamente l’uomo. E questa è la cosa più preoccupante.

Renzogallo

L’intelligenza artificiale temo farà il resto.

Lucilla Catania

Il Parco di Sculture cosi come gli incontri a Roma, organizzati con Daniela Perego, nascono in qualche modo, proprio per dare una risposta alle domande sollevate ora. Siamo due artiste che si occupano di arte e di ricerca e ne abbiamo ideati tanti di progetti. Tutti vanno in un’unica direzione: rimettere l’artista al centro. Il Parco è il luogo dove l’artista è l’artefice, senza condizionamento alcuno, se non il rispetto della natura. Un’operazione effettivamente e completamente anti-sistema.

Massimo Locci

Io sono un architetto e ho lavorato con Renzo alla Facoltà di architettura. Gli studenti lo consideravano un architetto perché la sua modalità di comunicazione, il suo controllo degli strumenti e delle tecnologie, la sua misura erano tutte caratteristiche affini alla figura dell’architetto. Ed io con lui parlo come fossimo entrambi architetti. Ho sempre pensato al suo lavoro come un’architettura in scala. Recinti, muri, portali, telai, soglie. I materiali? Quelli della progettazione architettonica. Pensiamo all’opera monumentale in Abruzzo. Fatte queste premesse, vorrei domandare a Renzo come cambia il suo lavoro nel momento in cui interviene il progetto fatto per essere realizzato da altri. E’una cosa non banale.

Renzogallo

La prima opera ambientale è stata pensata in scala molto grande per cui ho dovuto studiare, e molto. Sono stato sempre abbastanza vicino all’architettura. Ho realizzato anche qualche progetto pur non essendo architetto, firmato poi da altri. La conoscenza tecnologica e quella dei materiali mi sono sempre interessati molto. Ho dovuto affrontare la ricerca di un loro uso diverso, e quindi approfondirlo. Ho scoperto che è anche molto intrigante. E’ diventato un altro mezzo creativo. Gli aspetti più squisitamente tecnici sono stati risolti in modo empirico. La verifica che questa cosa poi funzionasse è stata una piacevole sorpresa. C’è stato un minimo di rischio.

Giovanna Dalla Chiesa

Inevitabile pensare che gli artisti un tempo erano tutti architetti. E anzi che quando si dice “architetto”, s’intende l’espressione più alta del concepire e poi del realizzare.

Jack Sal

Vorrei tornare a Rothko e al suo mondo interno, dove la materia si estingue e a Kapoor dove c’è un mondo esterno fatto di materia. In entrambi, però, c’è un discorso di spiritualità. Da quando ti conosco, Renzo, non ti ho mai sentito parlare di spiritualità. Cosa ne pensi a proposito?

Renzogallo

Ho rilasciato poco tempo fa un’intervista per la rubrica Parola d’artista, il cui tema era la spiritualità. Il discorso è certamente complesso. La spiritualità è per le confessioni un mezzo che permette di elevarsi dalla condizione di essere umano. Per me la spiritualità è qualcosa che prescinde dalla banalità oggettiva, da tutto quello che ti porta a soddisfare quelle istanze che appartengono strettamente all’animo umano. La stessa creazione e realizzazione di un’opera è un atto spirituale nella sua dimensione ideale. Probabilmente quello che faccio non appartiene totalmente a me. L’autore forse non sono io, ma il mondo intorno, o meglio io ho assorbito il mondo e ne restituisco una parte con l’opera. La divisione in categorie, razionale/irrazionale, utile/inutile è un modo per facilitare la vita degli uomini, ma non esiste realmente. Forse essere artista è proprio questo, trovare il senso della libertà. La libertà dell’assimilazione, della ricerca, del trovare e del trovarsi. Non c’è spiritualità in questo? Io sono un nomade per natura e lascio libero questo mio viaggio.

 

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