Reti di ricordi – Progetto per la memoria del Museo Tucci

di Giulia Del Papa

Reti di ricordi – Progetto per la memoria del Museo Tucci

a cura di Roberta Melasecca, Silvia Stucky, Michele Marinaccio

con Donatella Mazzeo, Paola D’Amore, Massimo Livadiotti, Vittoria Biasi, Paola Romoli Venturi, Donatella Pinocci

Il 31 ottobre prossimo si svolgerà al Macro Asilo la seconda giornata di studi di Reti di ricordi – Progetto per la memoria del Museo Tucci, a cura di Roberta Melasecca, Silvia Stucky e Michele Marinaccio, dedicata alle vicende del Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”.

Nello stesso giorno di due anni fa Palazzo Brancaccio chiudeva al pubblico e tutte le collezioni custodite nella sede storica di via Merulana venivano imballate e trasportate nel nuovo Museo delle Civiltà (MUCIV) all’EUR.

Un distacco doloroso per molti quello da Palazzo Brancaccio, che ha ospitato il Museo Tucci sin dalla sua apertura nel 1958.

Dalle parole di Donatella Mazzeo, emerge come l’origine del Tucci sia inscindibile dal legame con il Palazzo e con l’IsMEO, l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Questo, infatti, aveva lì la sua sede e cedette alcune sale al neonato Museo Nazionale d’Arte Orientale, contribuendo all’iniziale nucleo delle collezioni con i propri reperti. A questi si aggiunsero, di lì a poco, le importanti raccolte provenienti dalle varie missioni archeologiche, tra cui quella condotta da Giuseppe Tucci in Pakistan, che consentì di avere a Roma la collezione di sculture di arte del Gandhara più importante in Europa. Come poi dettagliato da Paola D’Amore, nel corso degli anni le collezioni museali si arricchirono fino a comprendere opere provenienti da Tibet e Nepal, India, Cina, Giappone, Corea, Vicino e Medio Oriente e Mondo Islamico.

Tratto distintivo del Museo “G. Tucci” è stato il criterio di allestimento e tutela, permeato dalla volontà di creare un dialogo costante e armonico con il luogo che lo ospitava. Donatella Mazzeo sottolinea come l’allestimento e la storia del Museo stesso fossero fortemente condizionati dal Palazzo, che ne faceva parte integrante. L’attenzione a creare un’armonia tra contenitore e contenuto è stata poi messa in luce dalla ristrutturazione di Palazzo Brancaccio, avviata a partire da alcune indagini strutturali del 1985, che portarono all’inaugurazione del nuovo Museo nel 1994. La rilevazione di problemi statici del Palazzo consentì di venire a conoscenza di alcune soluzioni architettoniche fino ad allora sconosciute che vennero mantenute poiché ritenute valide, procedendo così ad una ristrutturazione di tipo conservativo, come sottolineato dall’architetto Gabriele Novembri che aveva presieduto ai lavori. Allo stesso tempo furono portate alla luce parti delle decorazioni delle sale di Palazzo Brancaccio, che poterono entrare in dialogo con le collezioni del Museo Nazionale d’Arte Orientale.

Mazzeo sottolinea, dunque, come lo spostamento del museo abbia di fatto sradicato una realtà museale cresciuta e modellata insieme ai luoghi che la ospitavano, rompendo un unicum che non solo conservava importanti testimonianze di studi archeologici, artistici ed etnografici, ma anche una stratificazione di criteri di tutela.

Qual è dunque l’intento di Reti di ricordi? Il progetto nasce dalle riflessioni e dalla mobilitazione di Silvia Stucky, Paola Romoli Venturi, Donatella Pinocci, Massimo Livadiotti e Vittoria Biasi, uniti certamente a Donatella Mazzeo e Paola D’Amore, che hanno lavorato nel Museo dedicandogli una vita. Questa volontà di azione ha trovato poi terreno fertile e concreta realizzazione nel lavoro curatoriale e organizzativo svolto da Silvia Stucky e Roberta Melasecca.

Silvia Stucky sottolinea come queste giornate di studi si debbano intendere come un presidio permanente per seguire le sorti delle collezioni provenienti dal Museo “G. Tucci”, per ora solo parzialmente esposte nella nuova sede del MUCIV. Parimenti c’è la volontà di garantire il mantenimento e la valorizzazione della memoria storico culturale di questa realtà museale, creata grazie alle competenze e all’impegno delle persone che vi hanno lavorato nel corso degli anni. Allo stesso modo Roberta Melasecca, tra le curatrici del progetto, sottolinea come il Museo “G. Tucci” rappresenti un esempio virtuoso nel dispersivo contesto artistico romano, per la rete di relazioni che si era stabilita non solo tra le collezioni e il Palazzo, ma anche con chi quel luogo lo viveva: gli abitanti dell’Esquilino, gli artisti e i critici che negli anni vi hanno proposto e realizzato esposizioni.

Il progetto è stato poi allargato anche ad altri esponenti del mondo dell’arte e ha preso la forma di un convegno in due giornate che ha coinvolto critici, studiosi e artisti.

Dalle testimonianze di chi ha partecipato alla prima giornata, è evidente come non ci sia alcun intento nostalgico. Tra questi, Claudio Strinati si dice teso più verso una considerazione seria del passato e un’attenzione verso il futuro del Museo, inserito oggi in un contesto espositivo basato, in maniera non totalmente propria, sul concetto di Civiltà.

Tra gli intervenuti alla prima giornata, Massimo Livadiotti, dalla cui famiglia provengono alcune donazioni al Museo “G. Tucci”, sottolinea come il tessuto sociale e culturale del rione si era in qualche modo modellato intorno a questa importante realtà, grazie anche alla sinergia creatasi tra il Museo e il Dipartimento di Studi Orientali, presente fino a qualche anno fa all’Esquilino. Un Museo che negli anni ha saputo accogliere anche opere di artisti contemporanei tra cui Lucilla Catania, che ha ricordato come il lavoro all’interno del Museo Nazionale d’Arte Orientale le abbia consentito di realizzare un dialogo circolare e concreto tra antico e contemporaneo, a livello temporale, e tra oriente e occidente, a livello culturale.

L’iniziativa è stata poi allargata a tutti quegli artisti che avevano partecipato agli interventi degli ultimi giorni prima della chiusura del Museo: ciascuno dei 29 artisti ha adottato simbolicamente un’opera presente nelle collezioni del Museo “G. Tucci” per realizzarne una propria. L’intento è quello di creare una sorta di racconto in trasformazione, a partire dal connubio tra gli oggetti delle collezioni e le testimonianze video e/o fotografiche, disegni, appunti o altre forme d’arte.

La giornata del 31 ottobre si prospetta ricca di partecipazioni di livello, che contribuiranno ad arricchire un dialogo vivo su un’istituzione, che non è stata solo un luogo, ma esempio virtuoso di un sistema di relazioni che è importante ricordare e mantenere.

Info tecniche:

Giovedì 31 ottobre 2019, ore 10.00 – 13.00 / 14.00 – 20.00

MACRO ASILO | AUDITORIUM Via Nizza 138 Roma

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