I Martedì Critici

“MONDRIAN NON BASTA PIU”. Intervista a Jannis Kounellis, di Carole Blumenfeld (Artribune, 20 marzo 2016)

Jannis-Kounellis-Brute-installation-view-at-La-Monnaie-de-Paris-Parigi-2016-photo-Manolis-Baboussis-©-Monnaie-de-Paris-2016-courtesy-l’artista-Jannis Kounellis è in mostra alla Monnaie de Paris fino alla fine di aprile. Lo abbiamo incontrato per parlare della capitale francese, della mostra, del Mediterraneo. E di come la realtà stia piombando addosso alle nostre vite.

Nella Curée, Zola descrive Parigi come una sfumatura di cristalli incandescenti. Naturalmente si pensa alle luci di Parigi, anche in senso figurato… Che immagine darebbe lei di Parigi?
In qualche maniera siamo tutti un po’ francesi, anche se con delle diversità. La Francia è stata teatro di tali e tanti avvenimenti, culturali e politici, che ne siamo tutti in qualche modo gli eredi. Questo è la Francia. E non si può distinguere la Francia da Parigi. Parigi èla Francia.

La Monnaie de Paris è il primo edificio voluto da Luigi XV, re dell’Illuminismo. È la prima volta, credo, che lei lavora in un spazio neoclassico così legato a questo periodo. 
Se dici “io sono laico” stai dicendo che hai le tue radici nell’Illuminismo. E io sono laico. È la mia educazione. Anche le mie possibilità artistiche sono legate a questo aspetto. Questo, naturalmente, senza avere niente di particolare contro la chiesa. Però, è evidente, la laicità prevale su tutto il resto.

Appunto. Ha lavorato spesso nelle chiese? 
Mi piace la figura del Cristo. Non si capisce che cosa sia, quest’uomo pieno di buchi, condannato da un tribunale romano. Questo Cristo, però, è convincente. Anche per un non credente fino in fondo come me: ho un grandissimo rispetto per il Cristo.
Ma mi piace tutto, mi piacciono anche gli altri. Ho fatto anche dei lavori a Sarajevo o in Israele. Ho fatto anche una sinagoga, vicino a Colonia, che era l’unica sinagoga rimasta in piedi.

Ci sono spazi che sceglie da solo?
Tutto si può chiedere ma non lo spazio!  Ecco, per essere un intellettuale democratico, ti deve essere offerto, non devi chiedere. È un po’ come andare da un teatro a un altro.

Jannis-Kounellis-Brute-installation-view-at-La-Monnaie-de-Paris-Parigi-2016-photo-Manolis-Baboussis-©-Monnaie-de-Paris-2016-courtesy-l’artista-3Come si è appropriato della storia della Monnaie, la più vecchia istituzione francese?
Con la solita leggerezza! Sarebbe un bel problema se avessi preoccupazioni di origine retorica- Allora quando arrivi qua sei contento, certo, ma lo spazio ti appartiene già, senza far niente, ti appartiene e basta. Non l’ho mai pensato come una cosa separata da me. Per un pittore viaggiatore, vagabondo, c’è sempre, ovunque, un istante di appartenenza.

L’uso del carbone ha un significato particolare, a Parigi?

In quel mucchio di carbone si vede per un attimo il riflesso di Victor Hugo, uomo dell’Ottocento proprio come me. Il carbone è inteso come condizione sociale, umana, come ne Il Mangiatore di patate di van Gogh. La socialità! L’uomo con le sue disgrazie, ma anche con le sue glorie.

Come fa a essere certo di non sbagliarsi mai sul tempo necessario, prima dell’inaugurazione di una mostra, visto il livello di contingenza legata allo spazio o ai materiali e al fatto che lei arriva generalmente solo una decina di giorni prima della data, senza nessuna opera già preparata? 
Sono un uomo fortunato, il tempo l’ho sempre gestito. Come un uomo di teatro. Lei sa che nei teatri, si può star lì anche due anni prima, ma si risolve sempre tutto all’ultimo momento, quando il parossismo drammatico esce in superficie, e allora si vede cosa si può toccare. Bisogna rimanere lucidi dal primo momento che lo spazio è vuoto fino all’ultimo tocco.
L’arte è una presentazione e non una rappresentazione. Per me, la mostra è un atto unico: l’occupazione di uno spazio per il tempo di un atto unico, come si dice a teatro. Penso che per le mostre funzioni così. E la capacità dell’artista è quella di avere, o riavere, il protagonista di sempre. Il mio problema è riconsiderare come positiva la rinascita del dramma. Ecco, questo è il mio problema intellettuale e ideologico.

Spesso lei dice che abbiamo perso la drammaturgia classica ma stiamo vivendo un momento drammatico per l’uomo, e questa volta sulle coste del Mediterraneo. 
È una cosa spaventosa! Mi dispiace che non tutti la pensino così. Le nostre contraddizioni sono scoppiate. Molte volte, le guerre non scaturiscono da nessuna domanda. Arrivano gli altri e basta quello. E qui, adesso, tutto è cambiato perché non si trova soluzione. Quindi la cosa durerà molto a lungo. Sarà un cambiamento enorme. E noi dobbiamo ancorarci a questa cultura straordinaria che ha voluto l’uomo come protagonista. Purtroppo, facendo il pittore, questa cosa è in qualche modo un dovere. Un sentimento nascosto per quelli che soffrano bisogna pure averlo.
Mi trovavo in Sicilia poco dopo quel primo naufragio, che contava circa 1.000 persone. Facemmo una conversazione con gli studenti dell’Accademia di Palermo. E, mentre parlavo, ho visto, ho pensato a quelle persone, morte così. Dico: noi abbiamo amato Mondrian e io lo amo ancora. Però mi è venuto un sospetto: ho immaginato che stesse qui, in una stanza, che avesse il suo studio; ho immaginato che vedesse tutti quei morti sulla spiaggia e che entrasse nello studio, prendesse una tela, sul cavalletto, e tracciasse una linea verticale e una orizzontale: allora mi sono detto che per uno di una certa età, come me, questo non basta! Non bastano, di fronte a questo disastro di umanità, una linea verticale e una orizzontale.

 

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