I Martedì Critici

“L’artista cancellato”

La Repubblica, 4 marzo 2018

È il 18 maggio 1968, siamo a piazza del Popolo, Roma: nella mitica galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis – luogo di ritrovo di artisti, scrittori e intellettuali dell’epoca – Cesare Tacchi si chiude in uno stretto parallelepipedo che ha una sola parete trasparente, in plexiglass. Lentamente comincia a dipingerla e la vernice lo fa sparire agli occhi del pubblico.

Il titolo è un programma estetico: Cancellazione d’artista. E l’opera sembra – sembra – una deviazione da tutto ciò che ha fatto prima. Ma di fatto quella performance diventa lo spartiacque della vita di Cesare Tacchi (1940-2014): rappresenta una svolta nel suo percorso pittorico e prefigura anche, come una profezia che si autoavvera, il suo destino. Perché fino al maggio 1968 Tacchi è un esponente riconosciuto della scuola pop romana, viene invitato in tutte o quasi le mostre, è molto presente sulla scena dell’arte italiana. È celebre per i suoi quadri-tappezzeria: dipinge scene tratte dalla storia della pittura o da icone contemporanee su stoffe stampate che qualche volta sono imbottite e acquistano un soffice volume, come se fossero frammenti di divani, letti e poltrone trasformati in morbidi quadri. Il suo appare un futuro radioso. Ma nei decenni successivi la stella di Tacchi invece via via si offusca, tutto il suo viaggio estetico viene messo in secondo e poi in terzo piano, ricercato solo da pochi ispirati collezionisti e ripescato magari con una o due opere quando si tratta di allestire l’ennesima mostra sugli splendenti anni del pop romano. Forse non è stato proprio cancellato – come recitava il titolo della sua performance – ma un po’ troppo dimenticato sì.

Per questo è tanto più meritevole e anticonvenzionale la scelta del Palazzo delle Esposizioni che dedica a Tacchi una retrospettiva ampia, (più di cento opere), curata da Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi, con un catalogo ricco e accuratissimo (476 pagine, 29 euro). Una sorta di risarcimento postumo ad un artista che avrebbe meritato di più in vita. Le due curatrici sono riuscite a ricostruire l’intero percorso di questa figura importante della scena italiana. Si comincia dal ‘59 e dai primi anni ‘60, con opere astratte, in cui l’artista affronta il problema di superare l’informale e occupare lo spazio, sulla stessa lunghezza d’onda dell’amico Lo Savio: sono quadri-sculture, moduli di legno e ferro dai colori accesi. Quest’idea di una pittura che ha un corpo e non è solo una superficie piatta, riaffiora nei quadri dipinti dal ‘64 in poi: sagome semplificate che riprendono la Primavera di Botticelli o le silhouette dei Beatles, il profilo di Paola Pitagora o quello dello stesso artista. Dipinte però su tessuti stampati dai colori vividi, e spesso imbottiti – come dei materassi da parete – con sapienza artigiana: appaiono come una allegra festa per gli occhi, una gioiosa rappresentazione di una vita di superficie. Ma è una festa inquietante e un po’ melanconica, le immagini sono troppo piatte, prigioniere di “feticci moderni dalle allettanti promesse” (parola di Tacchi). Sono ritratti di uomini e donne a una dimensione, schiacciati sulle cose che la società dei consumi produce. Non è un caso che le cose

prendano il sopravvento. Infatti nei lavori del ‘67-‘68 le figure umane scompaiono, – quasi un annuncio delle cancellazioni future – gli oggetti quotidiani prendono il sopravvento e si trasformano in incombenti totem dominanti: presenze insieme familiari ed estranee. Le porte non si possono aprire, sui divani è impossibile sedersi, infatti si chiamano Poltrone inutili, appaiono infine grandi cornici imbottite in vilpelle che circoscrivono il niente. Ecco, il nulla: è il tema che ossessiona la seconda vita di Cesare Tacchi, quella in cui la sua ricerca prende una svolta concettuale e l’artista si interroga sulla stessa possibilità della rappresentazione: La mano che scrive (1972) sono una serie di foto in cui la penna dell’artista non scrive nulla, la macchina da scrivere ha tasti irriconoscibili ( Tipewriter,

1972), i libri hanno pagine senza parole, il quadro, diventa una Tabula rasa, (1975), lo Strumento (1972) non può emettere suono . La mostra dedica un grande spazio a questa parte meno conosciuta del lavoro di Tacchi, che invece è molto importante e aiuta a leggere meglio anche la fase pop.

Il suo è un percorso inquieto, che ha attraversato molti territori dell’arte contemporanea: pittura, scultura, performance, installazioni, happening, opere concettuali.

«Se si vuole cercare il filo delle opere di un solo autore – disse lui stesso – basta zigzagare».Ma alla fine, questo artista a zigzag, torna sempre alla pittura, al suo mistero. È bellissima la serie di lavori intitolati Lo spirito dell’arte,( 1980), in cui appare (fuso in bronzo , dipinto, o ripetuto in serie come un pattern da carta da parati) sempre le stesso tema: tre dita, pollice, indice e medio, che si uniscono come se stessero reggendo una tavolozza immaginaria. L’opera non c’è, la pittura è invisibile, ma rimane questo insopprimibile desiderio di rappresentare l’irrappresentabile. D’altronde Tacchi aveva scritto di sé stesso: «Nascondo per svelare, rivelo nascondendo». Come accade nell’azione fotografata da Elisabetta Catalano. Qui Tacchi si nasconde dietro una lastra di plexiglass dipinta di bianco e lentamente la pulisce, mostrandosi via via all’occhio del pubblico. È l’esatto contrario della Cancellazione d’artista, il suo simmetrico rovescio. O meglio, è l’altra faccia della stessa medaglia.

Anche il titolo lo dichiara: Painting. Perché è questo che fa la pittura: nasconde e svela allo stesso tempo.

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