
L’artista Bruno Ceccobelli, proseguendo il suo intento di ricostruire una storia dell’arte a partire da una lettura metafisica e spirituale, inquadra il problema iconico, dentro la sfera umana, di un’etica-estetica reattiva a questa società di plastica, già in essere, combattendo un’arte plasticata, inquinante.
Soziale Plastik questo era il titolo del manifesto dell’artista tedesco Joseph Beuys ° (1921-1986), mio idolo, idea libertaria di fine Novecento della bellezza sociale.
Tuttavia l’artista comportamentale teutonico intendeva i valori “plastici” di una volta, che consistevano ancora in forme e in strutture con evidenze “luminose”, di rilievi spaziali, di chiaro-scuri coloristici e per estensione sociale di dibattiti pubblici sulle dialettiche dei concetti e sulla morale per una vera democrazia.
Joseph credeva alla creatività e all’azione estetica partecipativa per un dialogo democratico progressista e confidava nell’amore per il prossimo in grado di rivoluzionare la società in bellezza; “forze” che l’uomo possiede in latenza, ma represse dal sistema narco-capitalista°°.
Forze, non ideologiche, ma teorie artistiche, che possono sempre trasformare radicalmente la società, rivoluzione da lui considerata fattibile alla stregua di una grande opera d’arte da erigere collettivamente: una società materialistica da poter cambiare a piacimento, in meglio.
Ahi noi… profeta a metà!

Ho sempre riflettuto a lungo sui possibili rimedi all’indifferenza, che si impossessa dell’umanità con tanta facilità, e la sua capacità di poter credere nelle Verità… egualitarie.
C’erano una volta in quell’umanità arcaica, fatta di “pelle vera”, fondamenti condivisi come: l’Umanitas e la Paideia, ormai già transitati nel Transumanesimo, transitati nel nostro futuro anteriore, lì abbiamo questa popolazione “second life”.
Quella di oggi è una società di plastica, una società sintetica standard, contraffatta dalle matematiche del profitto, data in pasto per fini speculativi finanziari alle lobby multinazionali dominanti; ciò che di essa ci appartiene è solo il suo inquinamento.
Beuys non poteva immaginare che saremmo stati travolti dallo tzunami sociale delle A. I., dai replicanti, simulanti, umanoidi acefali, buffi e noiosissimi che funzionano bene anche se con-fusi, ma app-convinti; allora perché a costoro stolti-elettro-metallurgici dovrebbe interessare una post-verità cara ai post-umani!?
Altro fenomeno tragico-ridicolo della “società di plastica” è il fatto che in essa prevale un’arte horror, contraffatta, un’arte di finta pelle ciancicata, un’arte plasticata replicante… un po’ “lilliputtana” (dall’isola di Lilliput).
Tu mi rapisci il cuore
Donna di plastica
Hai occhi un po’ sbarrati
Ma sei fantastica aah!°°°

Gli esseri non antropocentrici algoritmizzati saprofiti amano un’arte plasticata, cioè edulcorata e pop, quell’arte del déjà vu fatta dal mercato del gusto che s’impone solo esclusivamente con un lavaggio mediatico pubblicitario, tipo tortura della goccia cinese.
Ora mi domando (in memoria del maestro Beuys), se per sbaglio la verità ex-umana può ancora essere considerata un’arte!
I pochi umani non contaminati potranno onorare ancora l’arte dei classici, quegli artisti “trapassati remoti” sapevano fino ad allora dell’Etica che corrispondeva all’Estetica!
Da qui la devozione all’archetipo proprio di quelle opere d’arte che non siano create solo come manufatti per essere esposti o venduti per decorazione… ma anche e soprattutto come esercizio e testimonianza di autoconsapevolezza per manifestare Culto e Cultura; infatti, nella storia dell’arte, alcuni capolavori di creatori geni, furono considerati tavole della legge date per Grazia; per questo alcuni artisti furono definiti “profeti”*.
Quando ero ragazzo a Roma e frequentavo il liceo artistico, visitavo con riverenza la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Valle Giulia; spesso m’incantavo solo davanti a due dipinti novecenteschi.
A quell’epoca non sapevo niente della fisica quantistica e della relatività ristretta o generale di Einstein, eppure, di fronte a quei due quadri capolavori io provavo, “a pelle”, la sensazione che la materia coloristica mi trasmetteva era quella di un insieme di energie, frequenze e onde, in particolare percepivo quella luce all’interno di quelle seducenti pitture: testimoniavano una luce mentale fatta di fotoni intelligenti.
Il primo incanto era per la “pelle dell’opera” di Virgilio Guidi un olio su tela dal titolo “Il Tram” del 1923, e la sua plastica della luce dava forma alla materia del quadro; un po’ più avanti nel percorso museale, il secondo incanto scaturiva da un’opera con una strana “pelle butterata” di Giulio Turcato.


Questa sua opera di inizio anni Sessanta, era fatta addirittura di gomma piuma, monocroma argentea, per la sua corporeità eruttiva offriva una superficie composta da piccoli e medi crateri, una visione ravvicinata di un suolo astrofisico, un panorama inaspettato per noi terrestri.
Giulio la descriveva come “un crostone scabroso pieno di avvertimenti” dal titolo “Superficie lunare”; ecco che quei crateri lunari, per conto mio, causavano una risposta in arte più metafisica dei cretti di Burri.
Questi due pittori novecenteschi, astratti simbolisti, sono due dei miei maestri di elezione, geniali gestuali e Spazialisti.
Due destini incrociati: il primo di nascita romana ma naturalizzato veneziano Virgilio Guidi (1891-1984) e il secondo Giulio Turcato (1912-1995) nato a Mantova e formatosi essenzialmente a Venezia, ma ambientato nella scena artistica romana.
Due anime diverse Virgilio religioso e trascendente, Giulio materialista e comunista**; due caratteri simili taciturni, sanguigni, aspri, irrequieti e stilisticamente mai domi, lottarono coriacemente con le radiazioni luminose e con la materia istintiva avvolta nei vuoti.
La mia stima per la loro arte perdura perché furono artisti genuini, votati al pigmento fotonico e basta, passionali, autentici coloristi, pertanto svincolati dal reale, tanto che spesso con semplicità si astraevano pure dai loro profitti, così ebbero, e hanno ancora inviso, il loro reale mercato.
Venezia tirata sulle tele risultava città, sospesa tra la luce terza e il mare rifrangente, tutto diventa specchio di onde; certi fasci luminosi traforanti ridisegnano i palazzi arabeschi merlettati con fini riflessi di barlumi in agitate “virgole”.
Quella città lagunare aggallata in acque basse ha ispirato una pittura fluida, piena di flutti e schizzi astratti.


Roma all’opposto, la città di possenti composizioni architettoniche, muri elevati antichi e cosmopoliti, austeri, potenti, oppressivi con colori terrosi e una luce ombrosa; ecco una pittura materica, corposa e rigorosa.
Alcune frasi del malinconico pittore e poeta Virgilio Guidi, sentite, introverse, enigmatiche ma di chiara ispirazione:
“Ogni giorno negli abissi del male
il mondo trova un bene sconosciuto”.
“Il colore può vivere in sé, oppure sostanzialmente ricreato dalla luce. Il primo appartiene al gusto, il secondo alla pittura”.
“La limitazione del mondo visibile è dunque necessaria al pittore per un altro mondo aderente allo spirito”.
“Quando la luce arriva a distruggere la fisicità della tela il colore si sistema con naturalezza”.
Virgilio Guidi fu conosciuto come il pittore che dipingeva senza ombre, creava una luce che non aveva bisogno di chiaro scuri; la sua fu una pittura dapprima semplificata, con forme classiche, silenziose, statiche e trascendenti, poi con una pittura iconica, con un amore per i soggetti ritualizzati con una dedizione religiosa, ritratti di figura (la madre, la moglie, le baronesse), le visioni lagunari (le veneziette), i grandi occhi, i grandi alberi.

Giulio Turcato, definito “l’anarchico gentile” sarcastico e auto ironico, più spesso taciturno… parlò con l’accento veneziano per tutta la vita, rifiutò accademie ed etichette facili, scrisse:
“La mia stesura del colore è istintiva, non razionale, non studiata: è forte la presenza dell’imprevisto, dell’incognito, dell’inconsci”.
“Le libertà espressive sono di chi se le prende”.
“Quando non c’è lo spazio se ne può inventare un altro. Il metodo per inventarlo è già quasi il nuovo spazio”.

In una sera tuderte di mezza estate, durante una cena famigliare con il mio amico Giorgio Crisafi, attore e ceramista di pregio, mi ha ricordato che nel teatro nomade all’inizio della commedia dell’arte italiana, quella con i carrozzoni girovaghi, gli attori, considerati al pari di altre compagnie di facili costumi, quando morivano non venivano seppelliti insieme agli altri nei comuni cimiteri.
In Francia Molière ebbe una sepoltura clandestina fuori dalla terra consacrata; da lì ecco l’idea di Giorgio per “divergere” dall’odierno mercato dell’arte plasticata, invadente e similpelle: spostare la bellezza di segno-senso (un po’ come fecero i contestatori ottocenteschi spostandosi dai Saloni ufficiali ai Salon des Refusés), “risparmiare” cioè nascondere l’arte che vuol essere ancora di “pelle vera”, e seppellirla per custodirla in attesa di tempi migliori, cioè metterla al sicuro dagli odierni Data Scientist “contraffattori estetici”.
Soluzione: scavare grandi fossati realizzando sotterranei per celare opere tuttora umane, ma avulse dai transumani: in pratica una performance delle sacre necropoli dell’arte, apogei estetici protestanti.
Affascinato da questa ipotesi fui subito concorde, e aggiunsi altri particolari: opere come reperti archeologici e larga sentenza ai posteri; sperando che un domani nuovi ethical robots abbiano programmi più intelligenti di quelli dei loro padri killer ambulanti e delle loro madri tossiche fulminate!
Surì, moglie di Giorgio, più razionale di noi, ci bloccò la fantasticheria ricordandoci che in quel caso saremmo doppiamente fuori legge perché i famosi posteri più prossimi tele-sorveglianti ci avrebbero comunque, subito, subito inquisiti per… discarica abusiva e inquinamento ambientale!
Però in fondo, per molti di noi non trasmutati, potrebbe valere anche il discorso alla rovescia: e se fosse già, quello che vediamo alla luce del sole, nei musei globalisti, templi laici-laidi, una evidente discarica scatologica?
Gli artisti viventi ma di una umanità perdu e non in voga, quelli che non producono il prezzo, per scampare dalle frane culturali scaveranno grandi trincee per infossare lì tutte le opere d’arte da retrouvé.

Purtroppo chi non ha un’etica-estetica sviluppa ed esercita un potere sadico razionalista draconiano distopico, inquinante, violento, guerrafondaio; una “società di plastica” piena di automi zombie auto-riparanti, per me costituisce meccanismi necrofili!
Chi ci libererà dai morti viventi artificiali alla Frankenstein della Società di Plastica?
Artisti pittori come Virgilio e Giulio, Spazialisti Astrattisti, ci hanno liberato nella Luce dalla materia, invece i Futuristi fascisti ci hanno incatenato scientisticamente alla “civiltà delle macchine”.
Tu mi rapisci il cuore
Donna di plastica
Hai occhi un po’ sbarrati
Ma sei fantastica aah!
°Joseph Beuys: artista comportamentale tedesco che lavorò molto anche in Italia grazie alla Baronessa Lucrezia De Domizio Durini (a Bolognano, in provincia di Pescara, c’e una grande installazione ipogeo “New Paradise” dedicata al maestro). Beuys definito da molti lo “sciamano dell’arte” seguì le teoria antroposofica di Rudolf Stainer e il movimento d’arte Fluxus… formulò la Teoria della Terza Via e diede inizio al (F.I.U.) Free International University, movimento collegato alla nascita del partito dei verdi in Germania. Tutte le sue teorie furono sempre discusse e dimostrate su lavagne di fronte ad un pubblico; credeva che i suoi principi potessero avviare una rigenerazione del sociale.
°°Narco-capitalista è una mia definizione polisemica dell’Immacolata Concezione Capitalistica: “narco” da una parte è il traffico economico drogato, dall’altra parte rappresenta lo stesso sistema narcolessico che addormenta le coscienze con la depravazione mantrica: “tutto si compra e per un guadagno immediato tutto si travolge”.
°°°Ritornello del motivo Baby Dull del 1996 dei Üstmamò. https://www.youtube.com/watch?v=W4uDJFmVElY
*“profeti”: il papa Paolo VI°, nel 1964, all’incontro con gli artisti nella Cappella Sistina, parlò degli artisti come profeti e poeti utili alla Chiesa rimproverando il passato della Chiesa stessa che si era allontanata dai linguaggi vivi, capaci di intercettare le ansie e le speranze e il bisogno di bellezza dell’uomo nel mondo d’oggi.
**Comunista: Giulio Turcato, marxista antifascista, all’inizio della sua carriera segui il “Realismo”, nel dopoguerra segui il “Neo realismo”, poi l’informale e l’astrattismo dagli anni Quaranta; partecipò iscrivendosi a vari gruppi artistici di sinistra, ma non ortodossi: “Art Club”, “Fronte Nuovo delle Arti”, “Gruppo Forma 1”, “Gruppo degli Otto”, “Gruppo Continuità”; invece Virgilio Guidi fu vicino ai movimenti del Novecento quali “Valori Plastici” e “Il Novecento Italiano”, infine aderì allo “Spazialismo” di Lucio Fontana.