I Martedì Critici

Fragilità non significa rassegnazione, di Francesca Graziano

Oscar Turco

Come considerare un libro sulla fragilità in un momento storico come il nostro, vissuto all’insegna della superficialità, di una diffusa povertà di pensiero critico, di pensiero tout court? Come minimo fuori moda, eppure quanto necessario! Un libro, che riflette su un aspetto decisivo della condizione umana, chiede e fornisce risposte alle paure e alle insicurezze che destabilizzano individui e comunità, è oggi veramente il benvenuto, specie se nutrito   di osservazioni e riflessioni che prendono spunto dalla materialità di una vita vissuta.

La condizione umana descritta nel libro Elogio della fragilità,130 pagine, euro 12 (Mimesis editore) ha il volto segnato del disagio sociale, della malattia fisica e psichica dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età matura ma anche, forse soprattutto, quello della vecchiaia lacerata, più che in passato, dalla solitudine, dalla malinconia, dall’angoscia della morte. Nel 1895 Freud aveva lanciato il generoso progetto di liberare l’uomo dall’angoscia e dalla sua sofferenza nevrotica. Oggi la psicoanalisi viene attaccata da ogni parte, proprio mentre ci assalgono mali come la disgregazione del legame sociale, il crollo di istituzioni che si credevano eterne, il vissuto di impotenza di fronte alle tragedie di cui siamo quotidiani spettatori.

L’uomo, saturo di saperi solo tecnici e contingenti, vede crescere in sé malessere, depressione, angoscia, insicurezza di fronte all’opacità di un avvenire incerto e pieno di incognite. La fragilità individuale e collettiva, che Roberto Gramiccia ci indica, quando è consapevole e storicizzata, come una straordinaria, potenziale risorsa,  ha soprattutto il senso di una risposta, profonda, generosa e articolata a ciò che si osserva nel vasto mare dell’indifferenza e della passività rassegnata dell’oggi.

Mettendo a fuoco un tratto che all’apparenza può sembrare debolezza, l’autore ci racconta come essa si possa trasformare in forza, fondando questa sua convinzione sulla propria storia personale, sui propri valori culturali, sulla famiglia a cui appartiene, sul nome che porta. Proprio in un momento in cui le referenze simboliche della nostra cultura sono rese friabili dal declino degli assi portanti della nostra civiltà.

Ma ii riscatto dal narcisismo personale, l’empatia e la resilienza che circolano come un fertile humus e nutrono le pagine del libro ci permettono di entrare nella dimensione dello scambio, del sociale, della circolazione a tutti i livelli, professionale e affettiva. Le note autobiografiche servono a tenere assieme un significativo collage di suggestioni, incontri, digressioni etico-sociali che investigano concatenazioni di eventi, traducendosi in un flusso di pensieri e di riflessioni.

Il testo, scritto con uno stile diretto e avvincente, scambia volutamente i generi, oscillando fra saggio, racconto e memoria. Le frasi scorrono veloci con naturalezza in una sorta di divagazione-narrazione (secondo la dichiarazione di poetica dello stesso autore, allievo delle modalità di procedimento alla Feyrabend di “Contro il Metodo”) che finisce col prendere e sorprendere, rappresentando essa la vita e le sue inevitabili diramazioni.

Roberto Gramiccia , medico, cultore di arti figurative e nemico dichiarato della cultura divisa in blocchi di pensiero specialistici e non comunicanti, ci fa assistere a incontri, abbandoni, amicizie, solitudini, perdite, pesi e fatiche di homo viator, di esistenza vissuta come percorso di vita, di libertà e inevitabili delusioni. Il tutto accettato all’interno di una visione realistica del mondo, permeata di dolorose speranze ma anche di progetti concreti di emancipazione e di riscatto sociale.

Un’ analisi innervata da un’attiva partecipazione al dolore altrui e a una lotta di classe che in qualche modo riusciva ancora, nel recente passato, a stemperare l’angoscia delle dure esperienze sociali e individuali. Scrive, a proposito delle pratiche teoriche e di organizzazione delle dinamiche conflittuali degli anni ’70: esse “davano anche sollievo a disagi materiali e psichici fornendo in primo luogo uno strumento interpretativo che ritrovava in una realtà esterna a sé parte almeno delle ragioni della propria fragilità”.

Cosa che non avviene più oggi. Tempo in cui le fragilità vengono ascritte, in maniera mortifera, quasi completamente all’individuo, colpevole di non sapersi adeguare ai modelli dominanti. Riflettere, pensare, ricordare, tutto è in relazione, i segni della realtà esteriore con i tasselli del mosaico della propria vita, tra autobiografia ed analisi per scavare e interpretare, pur sapendo che a tutti i perché è impossibile trovare una risposta univoca o definitiva.

 

 

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