L’ultimo saluto a Gianfranco Baruchello

di Valentina Gramiccia

Si è spento sabato scorso, all’età di 98 anni, un grande protagonista del contemporaneo. Artista innovatore, performer indipendente e grande sperimentatore. Parliamo di Gianfranco Baruchello. Toscano di nascita, abbandona presto l’avviamento della carriera di avvocato e la sua Livorno per trasferirsi a Parigi, città in cui incontra colossi dell’avanguardia come Matta e poi a New York, dove entra in contatto con Cage e soprattutto Duchamp, figura che condizionò profondamente la sua produzione artistica. Risale al 1962 la sua partecipazione a una storica collettiva presso la galleria Sidney Janis a New York, accanto a Festa, Schifano, Baj e Rotella. Nel 1963 la personale alla Tartaruga di Roma, antefatto di numerose altre mostre collettive e personali.

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma gli dedica una grande antologica nel 2011, per la cura di Achille Bonito Oliva. Significativa la retrospettiva tedesca a Karlsruhe e quella del Mart di Rovereto, a cura di Gianfranco Marianello.

Insieme alla moglie Carla Subrizi, Professoressa di Storia dell’Arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, nel 1998 inaugura la Fondazione Baruchello, un grande spazio che diventerà un punto di riferimento per la cultura e l’arte contemporanea, nel cuore del Parco di Veio, vicino Roma.

Alla base del lavoro di Baruchello, fin dagli anni ’60, insiste una critica radicale ai dogmi della cultura e della società del suo tempo. Ma il suo non è mai uno scontro frontale. L’artista interviene attraverso una pittura che si muove fra linea e materia, in un viaggio quasi onirico, utopico, immaginifico che supera sempre le due dimensioni, le scavalca prepotentemente così che le sue opere sono quasi sempre degli happening. Come nel caso di Verifica incerta del 1964: 150000 metri di pellicola cinematografica americana riassemblata. La componente del racconto è ancora più vivida nella performance del 1989, a Spoleto: in Voci sull’acqua Baruchello è impegnato a curare un piccolo Bonsai di Ginkgo Biloba.

I suoi capolavori sono conservati in Musei pubblici e collezioni private in tutto il mondo, a rammentarci che il compito dell’artista non è uniformarsi all’ordine delle cose quanto piuttosto sovvertirlo per reinventare un mondo nuovo, possibilmente migliore.

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