Considerando il tema di assoluta attualità, “ospitiamo” sulle pagine di Hidalgoarte Ernesto Jannini con un suo testo del 2019 che accompagna la sua performance itinerante NO WAR NOT CRIMES.
La guerra
Avvertenza:
Eso è acronimo di Ente Sonoro, maschile-femminile, ovvero: l’essere umano munito di corde vocali, produttore di onde sonore; l’uomo che osservo nelle sue azioni passate e presenti.
L’ente di cui parlo non è da intendere come ‘ente in sé’, una monade rappresentabile metafisicamente, ma una realtà vivente indefinibile, una entità che va umanizzandosi man mano, grazie al contesto in cui vive, alle relazioni che intrattiene con gli altri, con la storia che lo ha preceduto e che lo forma sin dalla nascita come unità inscindibile dalla totalità del cosmo da cui proviene. E dunque la voce, come grande strumento forgiatosi nel tempo, la parola che indica e crea socialità.
Chi è costui che si aggira sul pianeta, che fonda città e poi le distrugge e mentre uccide invoca amore, o prega il suo dio con le mani insanguinate?
Chi è l’ente sonoro, che si porta nelle vette più alte della bellezza o, precipitando nell’efferatezza, distrugge la dignità del suo mistero?
Chi è questa essenza composta da miliardi di cellule coordinate da una imperscrutabile regia che da tempo immemorabile opera sul pianeta?
Ed io? Chi sono io, in questo istante, in questo mio presente?
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Lo stormo dei corvi arrivò verso il tramonto. La carneficina aveva avuto termine. Lì nella radura i corpi accartocciati dei militi formavano cumuli informi. La pioggia e il vento si mescolavano alla morte; così il fango impastava il sangue raggrumato creando cretti rosacei.
Migliaia di giovani erano morti combattendo.
Si uccide per conquistare un territorio o per difendersi dall’invasore. Eppure il dolore delle madri lontane non trova collocazione nelle ‘necessità primarie’ di chi inizia una guerra.
I corvi, con il loro piumaggio di un nero assoluto, si muovevano goffamente, spigolando di carni e lacerti; brandelli di giovani che furono splendore e promessa dei cuori materni.
Passata la pioggia, nella notte si levò un vento pulitore che per poco tempo portò via l’afrore della morte. Il sole del mattino illuminava la radura di una luce diamantina. C’era limpidezza nell’azzurro intenso del cielo e i primi raggi colpivano gli oggetti di metallo: borchie, baionette, moschettoni, bottoni, fucili, borracce, cannoni. Tutto ciò che affiorava dal fango luccicava, creando un assurdo concerto di bagliori. La calura del sole riempiva l’aria di gas mefitici della decomposizione.
La sconfitta è di tutti, e il guadagno dei vincitori sarà sempre misera cosa rispetto alle perdite subite.
Ci saranno sempre campi in cui si semina la morte.
Quando i cadaveri sono troppi l’azione pietosa dei sopravvissuti non può che essere guidata dalla logica dell’emergenza e si seppellisce dove si può. Nei cimiteri di guerra si dà spazio alla retorica dei funerali di stato. E alle lapidi una parvenza di geometria puntiforme, come se la precisa distanza tra una sepoltura e l’altra suggerisse ai sopravvissuti l’illusione di un conforto ‘razionale’. Così le targhe coi nomi spesso si allineano in una infinita teoria minimalista. I cimiteri americani ne sono un esempio.
Poi ci sono i cimiteri che circondano le città, che la invadono, come quelli di Sarajevo.
Lì, seduto sulla tomba di un bambino ucciso da un cecchino c’era un uomo. La luce languida del tardo pomeriggio illuminava il suo volto smagrito. Una cicatrice simile ad un filo spinato partiva dallo zigomo e giungeva fino alla gola. Aveva uno sguardo apparentemente sereno. In realtà i suoi occhi puntati sulla tomba vagavano nei ricordi delle efferatezze subite. Il normale fluire della vita era stato violentato. Ogni notte i sonni tormentati lo svegliavano nel buio della sua piccola stanza. Egli conosceva la doppia lama del ricordo che, da un lato conforta, dall’altro, corrode lo spirito.
La tomba del bambino era circondata da centinaia di altre lapidi di marmo. Bianchi parallelepipedi verticali terminanti a punta di piramide con iscrizioni in rilievo recanti i nomi delle vittime. Uno strano candore in quella distesa di marmo bianco.
L’uomo tirò fuori dalla giacca consunta una sigaretta mentre volgeva lo sguardo tutto attorno. Uno sguardo soltanto, non di più. I suoi occhi scivolarono sulla distesa delle lapidi. Era tornato infinite volte in quel luogo e il pensiero di ciò che era stata quella guerra sopraggiungeva in lui come un improvviso conato.
Eppure egli desiderava, nonostante tutto, risorgere e perciò combatteva con sé stesso, con quelle forze che appartengono alla carne e allo spirito che distruggono o ti salvano. Ma la storia, si sa, è una strada lastricata di vinti, di sepolti vivi, ma anche di uomini che hanno combattuto con tutto loro stessi il destino avverso.
E noi?
Davanti ai nostri occhi, su schermi brillanti scorrono nitide immagini di luoghi di danze e di riti, dimore di altri umani, conquistate e distrutte. Le vite si estinguono dopo infinite battaglie e il mare restituisce i cadaveri.
Non è stato forse così anche in passato? Non risuonano ancora gli antichi lamenti, come una eco profonda, simile ad un astro spento che continua la sua vita apparente nelle sembianze tremolanti di una debole luce?
Come allora, anche oggi, i padri reclamano i corpi martoriati dei figli. I suoni rauchi del dolore si perdono nel cielo azzurro e a nulla vale il conforto di chi ti sta accanto. Eppure la morte si ammanta del mito e alla mente dell’uomo dell’opulenza ritornano le immagini del figlio di Laomedonte: quel Priamo che contempla l’assenza del soffio vitale del suo Ettore, estirpato con inaudita violenza dal più esperto tra i guerrieri Mirmidoni.
Ancor prima del corpo inchiodato del Cristo grondante di sangue, questo corpo pagàno, dilaniato e smembrato sotto le mura di Troia, si erge a grande icona della sofferenza universale di tutti i padri che sopravvivono ai figli rapiti dalla morte. Il dolore è come un acido che corrode lasciando segni e ferite profonde, lacerti scomposti dell’anima.
E ancora.
Quale assurdo contrasto tra l’azzurro del cielo e il mare rosso di sangue davanti all’isola di Salamina.
Storia infinita che si ripete.
Non trova pace l’ente sonoro, che conquista e sottomette i vinti.
Eppure, Eschilo il greco, poeta e guerriero, fa suo il dolore delle madri persiane. Quanta grandezza nella poesia che dischiude il suo cuore all’ascolto profondo. Ecco chi è Eso che, chiamato ad uccidere, si affida poi al canto poetico.
Lì sulla tomba, in uno dei tanti cimiteri di Saraievo quell’uomo fumava in silenzio aspirando il fumo con avidità, alla ricerca di un sollievo impossibile.
Eppure, quella mattina, mentre si recava al mercato, un pensiero di speranza, nonostante tutto, si accese dentro di lui. Ritornare a vivere per lui significava ritornare a pescare alla Miljacka, il fiume che da est a ovest bagna la città. Poteva sembrare un pensiero futile, se non assurdo, ma non lo era. Tutti conoscevano la sua passione. Kovačević aveva lasciato la sua attrezzatura di pesca sportiva nel garage del suo amico Savić. Quando Saraievo fu assediata per anni, fu richiamato dall’esercito a combattere. Il fiume, con la sua ‘voce’ suadente lo chiamava a sé. Quel nastro bronzeo che scorreva in città era l’ultimo appiglio per non soccombere al peso del dolore. Aveva sempre pensato al fiume come un grande alleato e, nel suo immaginario di fabbro, come a una continua colata di metallo benefico, o una linfa che scorreva nel corpo di una divinità misteriosa.
I sogni dell’uomo partono dalle piccole cose della vita, per poi espandersi, ma per salvarsi egli cerca l’infinito.
Ernesto Jannini
Aprile 2019
