Mormoriimarmorei, un filo rosso tra memoria storica e presente

di Gemma Zaganelli

Bruno Ceccobelli in mostra a Palazzo Collicola

Palazzo Collicola, Spoleto – fino al 29 settembre 2019 una rassegna dedicata all’artista montecastellese che si fa interprete delle forme archetipiche della vita.

Negli ambienti di Palazzo Collicola apre i battenti la mostra di Bruno Ceccobelli che, con il suo progetto Mormoriimarmorei, presenta quindici uniche – emblematiche – opere. Tra marmi e pietre policrome, il percorso racconta una memoria estetica profonda, un filo rosso che dagli stilemi delle grandi epoche del passato approda sino ai tempi odierni, con rigore ed eloquenza implicita. I caratteri geometrici, sovente semplificati, aderiscono al circuito della mostra su basi metodologiche improntate dalla filologia. L’incursione dell’arte povera, d’altronde disseminata lungo tutto il perimetro della mostra e inserita nei supporti di legno grezzo, è infatti volta a disciogliere la storia dell’opera, in sostanziale contrasto con la ricchezza dei soffitti lignei e delle tempere settecentesche che occupano il piano nobile del palazzo.

Il fulcro della mostra risiede tuttavia nel rapporto eterno tra forma e volume, costruito secondo spinte e trazioni che l’artista accorda nell’involucro della scultura. Malgrado l’eterogeneità dei riferimenti e delle opere qui esposte, oltre a un certo carattere aneddotico tutto contenuto nei simboli e nell’eleganza tattile delle figure, interessante è soffermarsi su alcune delle forme che, nei loro profili semplici, aderiscono alla realtà delle cose in maniera del tutto originale.

Ad aprire la rassegna è il Cigno, la scultura realizzata in marmo di travertino nel 1997: una forma androgina, il cui dinamismo sembra suscitato da forze interne che si congiungono sulla superficie generando un senso di armonia. Il naturalismo zoomorfo svanisce a vantaggio di una più personale ricerca intorno all’essenza primaria dell’oggetto. Un fatto che sembra richiamare pratiche scultoree più remote come le celebri invenzioni del primo Novecento, senza per questo dimenticare quelle leggi intramontabili dell’arte classica volte ai principi di equilibrio e di armonia della composizione. Un pensiero torna ai grandi nomi degli anni Trenta, quali Henry Moore o Jean Arp, il cui idioma biomorfo tende al raggiungimento spirituale della realtà senza mai deformare l’oggetto che rappresenta. Giacometti, Julio González e i suoi profili astratti; Elie Nadelman, Zadkine, le teste di donna di Picasso. Ma forse, più di tutti, il grande Constantin Brancusi, le cui superfici levigate o i puri volumi che plasma richiamano simboli originari e assoluti. Ceccobelli, in una vicina direzione estetica, associa qui icona e astrazione, dove l’icona è riassunta negli elementi derivati dalla realtà fenomenica e l’astrazione mira a comprendere le forme ideali che si concentrano in puri volumi.

La sola (1998, marmo bianco puro di Carrara): un busto che non è donna né uomo, posto su di un alto piedistallo, occhi individuati, labbra serrate, volto inscritto in un perfetto ovale e una capigliatura che si innalza quasi un obelisco. Un cenno alla struttura dei crani allungati diffusi nel contesto dell’arte amarniana, lo stile che contraddistinse il regno del faraone Akhenaton (XVIII dinastia, 1350 a.C.) e che diede alla luce il celebre busto di Nefertiti.

Di forte interesse è Pescia (2002, marmo bardiglio), in cui lampante è la volontà di isolare l’essenziale nel suo puro e nudo significato plastico: è lo studio della figura mutila che, a suo modo completa e legittima, si mostra debitrice dell’esempio di Rodin e della generazione a lui immediatamente successiva, vedi Matisse con il suo Serf a cui lavora dal 1900; Duchamp-Villon con l’Athlète del 1910; Bourdelle con il Grand guerrier nu del 1895; Ivan Meštrović con Torse de Banović Strajinha del 1908; Archipenko con Salomé del 1910. Ancora frammenti: Approdo (1999, marmo bianco puro di Carrara): uno studio di piedi, forse adagiati sulle onde del mare, resi con capillare minuzia anatomica; Dito (2017, marmi policromi); Pigna (2004, marmo giallo Siena e auresina), quest’ultima un volto di donna caduta in sonno, la capigliatura sbozzata che, in analogia con l’emblema della pigna, vuole significare il pensiero e il suo rapporto con la realtà. Non da meno la coppia in marmo policromo dal titolo emblematico Giovin Marmo e Signora Pietra (2019): un ritratto di marito e moglie posti su un piedistallo che contiene al suo interno le numerose tipologie di marmo utilizzate. I busti, visti di tre quarti, volgono lo sguardo l’uno all’altra e suggeriscono un lieve sorriso, scaturito dal sentimento che provano. D’obbligo è il richiamo alla celebre coppia in marmo pario che ritrae Kleobi e Bitone, i due giovani eroi che si sacrificarono per la dea Era, realizzata da Polimede d’Argo all’inizio del VI secolo a.C. e conservata a Delfi. Ma non solo. La composizione delle splendide figure allude a una scomposizione plastica di matrice cubista (valga l’esempio di Henri Laurens), cui concorre l’espediente del marmo policromo a definire le parti degli insiemi.

Affido a quest’ultima opera l’invito a visitare l’integralità della mostra: i busti, i frammenti, la loro perfetta integrazione con l‘ambiente che li circonda. L’indagine dei volumi e delle forme, l’androginia, l’aneddoto, il dialogo tra scultura e architettura.

Tutto, nell’arte di Ceccobelli, è simbolo di vita: corpi plastici, sempre rappresentati con gli emblemi dettati da realtà e sogno. Ciò che l’artista compie è il suo desiderio di illustrazione concettuale, intriso costantemente di passato e presente, antico e contemporaneo.

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