FLUVIUS ART. Il progetto di Land art per Isola Serafini

FLUVIUS ART è un progetto di Land Art, che è stato immaginato e fortemente voluto da persone che vivono nel territorio dell’isola Serafini e ne conoscono le peculiarità, le asprezze ma anche le risorse di bellezza non sempre note e valorizzate. Isola Serafini, la più grande isola del fiume Po e l’unica abitata, compresa tra le province di Piacenza, Lodi e Cremona, è un territorio con caratteristiche morfologiche e ambientali uniche e molto particolari. Per tali motivi, è stata posta sotto tutela paesaggistica e di conservazione della biodiversità da Unesco, Comunità Europea e Regione Emilia- Romagna. La sua conformazione mutante, condizionata dalla presenza del fiume, ha tracciato nel tempo un processo trasformativo che ha reso l’isola un paesaggio stimolante, non solo in senso ambientale, ma anche estetico e artistico.

L’idea, affidata all’Associazione “NONCAPOVOLGERE Arte Contemporanea”, con esperienza ventennale di Land Art, capofila del progetto, è quella di definire un percorso in cui inserire opere d’arte che, instaurando imprescindibili

relazioni con la natura dell’isola ancora oggi incontaminata, favoriscano scorci inusuali e prospettive paesaggistiche inedite. Il progetto FLUVIUS ART nasce, quindi, dalla prodigalità del fiume, dal concetto di scorrimento sulla terra e nel tempo; nasce dalla suggestione di accompagnare con nuovi sguardi le risorse di una natura imprevedibile. Dopo una valutazione di aree idonee per l’intervento, è stata scelta una zona circoscritta, un sentiero di circa 2,5 chilometri nell’area denominata “Boschetto”, in cui verranno posizionate cinque sculture degli artisti Romano Bertuzzi, Candida Ferrari, Lorella Salvagni, Alberto Vettori.

Le opere evocano metaforicamente i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco. Sono questi gli elementi portanti che hanno dato origine all’isola e, attraverso la loro rappresentazione simbolica, l’intervento degli artisti aggiungerà uno sguardo e un’espressione poetica alla ricchezza ambientale del luogo.

Il progetto si propone di valorizzare altre attrattive locali come la Risalita dei pesci, i musei della Rocca Pallavicino Casali e i luoghi di cultura di Monticelli d’Ongina e dei paesi limitrofi. In tal modo si valorizzerebbe in modo adeguato tutto il percorso tra i principali centri confinanti, da Castelvetro a Caorso, possibilmente estendendolo in futuro all’intero percorso da Cremona a Piacenza. I sentieri lungo il corso del Po segnano un percorso naturale indicato dal fiume e sono tra le mete più ambite sul nostro territorio di pianura. Isola Serafini, non solo per la sua forma e morfologia, vorrebbe essere il core di tali iniziative.

Artisti: Lorella Salvagni, Candida Ferrari, Romano Bertuzzi, Alberto Vettori

L’associazione NONCAPOVOLGERE è capofila del progetto FLUVIUS

Testo critico: Donata Negrini

Autorizzazioni e Coordinamento: Arch. Francesco Bambo

 

 


LUVIUS ART a ISOLA SERAFINI

Di Donata Negrini

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi.

Si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita”

Fernando Pessoa

Se assecondiamo la nostra educazione e la prospettiva culturale occidentale dominante, tendiamo a muoverci nel mondo con l’esigenza prioritaria di analizzare, comprendere, programmare, mantenendo un inevitabile distacco da ciò che ci sta attorno per metterlo meglio a fuoco. La separazione tra soggetto e oggetto, tra dentro e fuori di noi, costringe ancora a questi vincoli tradizionali la nostra forma mentis, cosicché molto spesso ci dimentichiamo della stretta connessione che ci lega alle altre creature e all’intera natura. Anche quando desideriamo e scegliamo un contatto rischiamo di addentrarci in un’alterità che conferma ulteriormente la nostra diversità.

Succede però per fortuna, in alcuni inaspettati momenti, che l’istinto irrompa all’improvviso, quasi prepotentemente, come una scintilla da cui si accende una scia luminosa di consapevolezza crescente, e allora riscopriamo una parte nascosta, intensa, preziosa, grazie all’imprescindibile incontro con le altre presenze viventi che ci circondano.

Non si tratta semplicemente di interagire con loro, piuttosto ci capita di sentire un’intimità profonda, costitutiva del nostro essere, una consonanza che ci restituisce sempre qualcosa di indicibile e misterioso. Dovremmo custodire e proteggere questa sensazione, espressa così lucidamente da Pessoa, per difendere la natura da tutte le aggressioni umane che la stanno distruggendo, mettendo a rischio il nostro stesso futuro.
Forse è per questo che anche le opere d’arte, se inserite in un intreccio autentico con gli elementi naturali, possono amplificare e rivelare orientamenti di senso che non esisterebbero altrimenti. Nelle stanze di un museo o di una galleria, nelle piazze e lungo le strade delle nostre città, ogni opera si relaziona allo spazio e alla storia secondo un codice estetico che è esclusivamente antropico. Inserita in un paesaggio naturale, essa si collega invece alla vita concreta e mutante, indipendente e spontanea, delle piante e degli animali, della terra e del cielo, sempre in divenire, dove la bellezza si espande fino a raggiungere una dimensione libera che non si arresta in forma.

E niente più del fiume rappresenta questo divenire, che è poi la nostra stessa esistenza: ce l’ha insegnato il sapiente Eraclito fin dall’antichità.
Con il progetto
FLUVIUS, la scelta di entrare in relazione con il Po (usando la definizione del poeta T.S. Eliot , “un forte dio bruno”) mediante la superficie circoscritta di un’isola, accoglie già in partenza una sfida che sembra quasi un paradosso: far dialogare il flusso, simbolico e reale, del fiume con la definizione concreta e rigida di un perimetro; permettere all’acqua, che continuamente cambia, di affidarsi alla solidità di una terra che resiste alla corrente.

Le installazioni di questo percorso, che si snoda in un luogo unico e straordinario, scommettono su questa apparente dicotomia e creano, ciascuna a modo proprio, una corrispondenza con un elemento in particolare del paesaggio che abitano. Il titolo prescelto da ogni artista ne è testimonianza. A chi le incontra suggeriscono una possibilità di visione e di immaginazione capace di aggirarsi attraverso le forme e insieme di ascoltare, lungo il sentiero tracciato, la voce inestimabile del Po.

La Libellula (l’aria)


Il fiume trasporta, invita al viaggio, scorre verso il mare, ha una direzione. È una linea che segna il paesaggio e, nonostante le piene e le secche, rivendica un inizio e una fine.

L’installazione di Lorella Salvagni accoglie il coraggio di proseguire e di raddoppiare l’incontro con la bellezza, andando oltre la forza dell’acqua per incontrare l’inafferrabile. Con grazia rivisita lo scheletro di un’imbarcazione, grazie a un incrocio di bracci in metallo e in oro, dimezzandolo ed esponendolo in direzione verticale. Questo intreccio essenziale, infatti, non scivola sulla superficie del fiume, ma scommette sullo slancio verso l’alto, accennando a un volo leggero, simbolo di libertà che si eleva con i suoi remi rivolti al cielo. Nel dialogo con il Grande Fiume suggerisce il senso di un viaggio possibile e forse infinito, che si nasconde oltre la superficie delle cose e non si sa dove potrà condurre. Con i versi di Charles Baudelaire, “… i veri viaggiatori partono per partire/ cuori leggeri, simili a palloni,/ mai cercano di sfuggire al loro destino/ e, senza sapere perché, dicono sempre: Andiamo!”

Le sottili estremità di luce de “La Libellula” sembrano danzare nell’aria, con un’esibizione così straordinaria di agilità e di forza che richiamano l’energia necessaria per non lasciarsi intimorire e per abbandonarsi al richiamo dell’acqua.

Osservazione mutante (la terra)

Le due opere di Alberto Vettori si predispongono nelle due direzioni, orizzontale e verticale, che costituiscono le nostre guide per orientarci nello spazio. Il rimando delle strutture portanti alla perfezione del triangolo si mette in dialogo con una lastra rettangolare dove segni pittorici emergono in semi-trasparenza: la trasformazione della natura si ancora su questa matrice, mentre il variare della luce in accordo con il cielo gioca con i contrasti dei segni. La materia della natura diviene quindi protagonista: frammenti di foglie come presenze diversificate che si intrecciano e si modulano, cambiando di ruolo.

La presenza del fiume si accorda con il tempo e le stagioni, la trasformazione rappresenta la legge di un territorio che non rimane mai uguale a se stesso.

L’essenzialità delle opere di Vettori – composizioni raffinate di disegni, vetro e materiale povero come la garza – sposa poeticamente il mutare delle stagioni, le visioni che variano nel tempo, il processo di metamorfosi che anche la terra vive. Come indicato dal titolo, il punto di osservazione non può, pertanto, restare fisso, frontale; piuttosto si innalza, seguendo la verticalità del triangolo, e poi si adagia, scegliendo l’orizzontalità rassicurante del rettangolo. Questi movimenti si accordano al ritmo della natura che sboccia e fiorisce, si inaridisce e poi scompare.

Con le parole dell’artista stesso: “Su foglie nascenti riscalda questa luce speciale/proveniente dal cielo e dal fiume incessante./ Dischiudono al sole la loro energia”

Simbiosi (l’energia)

Quasi come un albero luminoso, l’opera di Candida Ferrari restituisce il principio vitale che compenetra l’universo. Compone, infatti, un’alta struttura metallica in cui pali sottili si dispongono prima a cerchio per poi aprirsi, come la corolla di un fiore, in bracci e petali di plexigas colorati. La lunga stele da cui si diramano è ieratica e lineare, quasi l’astrazione di un riverbero cinetico che troverà nella sinuosità successiva il suo compimento definitivo.

Potenza e atto convivono per esprimere l’impulso innato della forma dalla stasi al movimento, dall’assenza di colore all’armonia del rosso e del blu, del verde e del viola. Ma la simbiosi ci indica anche una intenzionalità di alleanza imprescindibile con la natura, senza possibilità di scindersi da lei. Perché anche la Natura è un’artista, come ci ha insegnato Emily Dickinson: “Noi passiamo, e lei lascia fare./ Coniughiamo la Sua Arte/ mentre Lei crea e unisce/ senza bisogno di una sillaba”.

L’energia non si consuma mai, ma passa da una dimensione all’altra; bisogna solo attendere che si traduca in azione, in nascita, e in una nuova occasione di essere.

L’anima della pietra (l’invisibile)

L’altezza vertiginosa ci porta già verso un altrove, ma alla fine è il vuoto che interroga il nostro sguardo nell’opera di Romano Bertuzzi.

L’apparente semplicità della struttura metallica, tramite l’incastro regolare dei tubi, disegna nell’aria e nel luogo un circuito che non ha una fine né un inizio. Quasi come un nodo infinito che si erge perpendicolare al suolo con l’esattezza della sua geometria. Ma il titolo esprime anche un ossimoro che induce all’incontro con la poetica dell’artista, per guidarci sulla strada dell’interpretazione. Perché attribuire alla pietra un’anima richiede un’immaginazione imparentata con quel senso religioso che trascende la possibilità di affidarsi solo alle parole. Forse “pietra” vuole indicare un’esperienza indicibile che ci conduce al riconoscimento della struttura imperitura della vita; forse “anima” ci riporta alla pulsione di una spiritualità che aleggia ovunque. In entrambi i casi dobbiamo fare i conti con l’invisibile che pure esiste, con il silenzio che diventa meditazione sulla verità di ogni esperienza, con il potere dell’arte che si rivela, sempre di nuovo, sorprendendoci.

Come ha sottolineato Judith Butler al termine della sua conferenza a Venezia nel 2023,“non esiste vita umana senza la vita della terra. Mettere al mondo un oggetto vivente, fare arte, significa creare qualcosa che agisce su di noi; se lo si condivide, emerge uno spazio; o, meglio, si mette al mondo uno spazio vivente.”

 

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