
L’artista Bruno Ceccobelli ci descrive la singolare Luce delle Icone contestualizzandole nell’arte astratta, omaggia la Venezia bizantina, ricordandoci inoltre la sua installazione al Caffè Florian del 1988.
C’è chi è attirato dalla bellezza e chi invece muore per i soldi, c’è chi preferisce la qualità e chi ama la quantità, c’è chi vuol essere e chi vuol avere; gli esseri con un’anima sono attratti dai primi enti e parenti sopracitati, perché percepiscono in loro stessi una Luce “increata” … al contrario gli esseri “gusci vuoti” hanno interiormente un deserto incolmabile popolato d’ansie e d’ombre ossessive…
Io mi considero un pittore anomalo, mi propongo di essere un passatempista, ma per quasi tutti i miei conoscenti sono considerato soltanto un perditempista (ma che onore!); è questo il pedaggio perverso per chi vive creando l’adescamento alla Luce increata?

Il palamismo è un pensiero esicasta, principio del movimento teologico-metafisico-spirituale-gnostico propugnato dal mistico greco, monaco ortodosso del monte Athos, San Gregorio Palamas (1296-1359) *.
Nell’antropologia della divinizzazione spiegata dal monaco teologo Palamas si afferma che quell’intelligenza spirituale opposta alla carne, come creazione decaduta, partecipa ad una conoscenza sovra-intellettuale, quell’illuminazione che, per assimilazione, può unirci a Dio tramite il dono della Grazia così… l’uomo può vedere Dio.
Gregorio rimarcava: «La Luce increata** è una vista degli occhi del corpo grazie alla purificazione dei sensi… la Luce increata è lo splendore della gloria divina».
La Luce increata, manifestandosi nel dono della Grazia, è una fede che ci porta a vedere la gloria divina, la Bellezza, la legge dell’equilibrio, la legge della natura!

Nell’Estate del 1987 mi fu comunicato il progetto di una personale a Venezia dentro il celebrato Caffè Florian, nel periodo parallelo alla Biennale Arte del 1988.
Venezia, lo stupore, la città che sosta e troneggia sull’acqua, imponenti merletti di marmi policromi che galleggiano e risplendono tra il mare e la Luce rifratta.
I due curatori*** della mostra propostami, dal tema “Temporanea” (Le realtà possibili del Caffè Florian), insieme ai proprietari dei nobili locali, vollero presentarmi una scommessa creativa: portare per la prima volta l’Arte Contemporanea nelle sale glamour del Caffè veneziano affacciato al centro della sontuosa piazza San Marco.
L’organizzazione dell’evento lagunare che mi accolse era perfetta; sembrava un sogno: fare una mostra dentro il più antico Caffè d’Italia; ero orgoglioso della mia responsabilità, mi sentii subito consono a questo affaire creativo, sono stato sempre un artista pronto a tutte le provocazioni e capace di sfidarmi.
Di più… c’erano degli sponsor elitari, oltre al Caffè Florian stesso, c’era l’industria del Caffè Lavazza e il catalogo della casa editrice Electa… per me un bel “gruzzolo”; al dunque pensai di fare le cose in grande…
Il titolo che diedi alla mia esposizione fu “Figli d’api”: le piccole icone che produssi rappresentavano uno sciame d’api che volava verso una grande Madre… la Matrice Universale.
Prima idea: proporre alle Belle Arti veneziane un’installazione di piccole immagini su cartone facilmente rimovibile dal vetro protettore degli affreschi.

L’idea comprendeva una continuazione filologico-estetica che celebrasse i fasti originali culturali di Venezia, quei suoi natali sotto l’impero di Bisanzio, così rievocando e omaggiando l’interscambio culturale con quel popolo orientale ortodosso che, dal loro principio metafisico, fu praticante di arti pittoriche sacre: le Icone.
Nel teatro delle “vittorie” metafisiche del nostro beneamato Occidente, quasi sempre non ci si ricorda della storica importanza della differente svolta espressiva artistica apportata dell’estetica-cultuale dell’Impero romano d’Oriente detto bizantino.
Da ricordare che, con l’accettazione da parte dell’impero romano della cultura-cultuale cristiana con l’editto di Costantino del 313 d.C., le volontà razionali ellenico-romane, da Pitagorica a quelle euclidee, da Talete a quelle tolemaiche, vennero sostituite dalla fede Cristica, più comprensiva verso le tenerezze-debolezze umane; da questo momento si concretizza una nuova tendenza, vale a dire si inizia a credere, anche istituzionalmente, nell’invisibile escatologico, nell’eterno e in un concettuale astratto.
Tali innovazioni messianiche furono simili e comparabili al passaggio tra le nostre attuali traballanti credenze scientifiche e l’arrivo rivoluzionario della fisica quantistica.
I bizantini, con arti e mestieri forgiati su tecniche adatte ai loro principi visionari metafisici, usarono colori puri accesi, i fondi oro (Luce increata), i blu dei lapislazzuli, le prospettive inverse e forme antinaturalistiche iconiche, espresse in simmetrie chiasmatiche e concettuali-astratte.
Insomma, quella precedente arte greco-romana figurativa, espressiva e statuaria con i suoi modelli e canoni arrivata sicuramente al massimo della eroica perfezione del segno tecno-realistico tramontò, passò… nei bizantini invece trionfò una sensibilità formale stilizzante-animica, eterea, spirituale, con forme e tratti a volte imprecisi e deformanti rispetto alle passate, precise regole anatomiche e prospettiche; l’arte dei bizantini fu un’arte di pietas, di misericordia, illuminante, soave, cosmica, e così fu il neoplatonismo a vincere sugli aristotelici.
Nel primo Novecento queste tradizionali pitture bizantine d’atmosfera cultuale furono d’ispirazione alle ricerche delle avanguardie occidentali; le icone, di per sé pitture idealistiche e concettuali, memorie sacre rivalutate dai pittori dei territori russofili, riemersero come forme pure negli stilemi alla nascita dell’Arte Astratta.
La simbologia della Luce nel culto bizantino è la bellezza come ristoro divino per l’anima.
A Roma, in sei mesi e assieme a tre assistenti studenti: una ragazza finlandese, una persiana e un italiano°, produssi 777 piccole icone simil sacrali su carta, con vari collage; mi stava a cuore un’altra sfida: rendere il Florian°° da ristoro pubblico fatto per il piacere della gola a spazio per la Luce dell’anima.
“L’icona evoca un archetipo, cioè desta nella coscienza una visione spirituale: per chi ha contemplato nitidamente questa visione, questa nuova, secondaria visione per mezzo dell’icona è anch’essa nitida e cosciente” … “tutte le icone sono miracolose” Pavel Florenskij.
Una trasfigurazione è una pacificazione dell’anima; armonizzando così i propri malesseri, siano essi fisici, sociali o morali.
Il leggendario Andrej Rublev, monaco russo e pittore consacrato, fu il più talentuoso antesignano di una lunga e famosa tradizione simbolica iconula della storia delle chiese ortodosse, fu un bravo pittore perché sapeva pregare bene!
Ho sempre concepito le opere pittoriche simboliche astratte come delle preghiere silenziose, icastiche e ieratiche, infatti secondo la terminologia del grande San Dionigi l’Areopagita, filosofo neoplatonico del II secolo d.C., le vere opere celestiali sono come delle iper–icone, le loro forme racchiudono una “Luce” che “sorpassa” il senso e l’intelligenza.
Per una grande Opera occorre una luce visibile dell’assolutamente invisibile.

La Luce Taborica increata è la Luce di una trasfigurazione anche in arte oltre la manifestazione rivelatrice delle possibili forme astratte ci rivela la nostra coscienza atomica, l’anima vitae cosmica, che ci riassorbe in sé ed esalta il nostro spirito.
Piccolo problemino: per la nostra società questa Luce esaltante cozza con il pensiero razionale.
Sì! Il pensiero può essere razionale, ma non sempre, necessariamente sarà logico.
Alcuni esempi in battute ironiche, per primo Woody Allen: “La Sociologia è lo studio delle cose ovvie” e sulla statistica Charles Bukowski aggiungeva “Se un uomo ha la testa nel frigo e i piedi nel forno, si dice che abbia una temperatura media di 36 gradi” e Stalin, l’uomo d’acciaio, (anche di comprendonio), dedusse: “Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”.
La razionalità tratta di questioni con risoluzioni pratiche “meccaniche” al “momento” tipo causa-effetto istantaneo, è un semplice calcolo funzionale; la logica invece appartiene alla sfera esistenziale filosofica umana; e inserita nel suo habitat culturale-sociale terrestre, ci da’ una narrazione concatenante di fatti e comunque quest’ultimi, portati fuori da tali contesti terrestri, per esempio nel cosmo o nella fisica quantistica risulterà avere leggi biologiche o gravitazionali che emergeranno solo come concetti umani illogici e limitanti.
Ad esempio, la logica nella spiritualità sparisce; Carl Gustav Jung diceva che la logica non comprende né il sacro, né l’invisibile; Andrè Gide nel suo Diario scrive: “Ciò che sfugge alla logica è quanto v’è più prezioso nella nostra vita”, e Goethe affermava “Grigia è la teoria, e di un bel verde aureo l’albero della vita”.
Se un artista considera fare l’opera d’arte come celebrare un culto, esprimendo la connessione tra il divino e la natura, la sua visione aspira a creare una grande opera astratta; quell’artista devoto officiante vuol dimorare perfettamente nel suo tempo inverso (o nel suo tempo sempre nuovo), il tempo che i greci chiamavano l’aiòn, il tempo trascendente.
*San Gregorio Palamas, teologo, filosofo gnoseologico processato e incarcerato più volte per le sue tesi Esicaste. Preghiera del Cuore o esicasmo è parola derivante dal greco “hesychia”. Il Santo praticava una meditazione legata alla teologia negativa con preghiere silenziose, una sorta di mantra con un respiro circolatorio in posizioni simili allo yoga necessaria per una trasformazione anche del corpo. Il suo fu considerato un pensiero neoplatonico con una sorta di sincretismo di tradizione filosofica braminica tantrica, soprattutto nell’esercizio di fissare con lo sguardo il proprio ombelico come chakra del centro esistenziale. San Gregorio Palamas scrive: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio”. Voglio qui, ricordandoli, rendere omaggio ai quattro grandi pittori dell’arte iconica bizantina che seppero manifestare il “divino” nella pittura: Teofane il Greco (1340-1410), e i russi Andrej Rublev (1360-1430), Dionisij (1440-1510 circa), Prochor di Gorodec (XIV-XV).
**“Luce Increata”: La Luce increata indicata da Gregorio era la stessa apparsa sul monte Tabor dove avvenne la trasfigurazione di Cristo, da carne a Luce increata; essa è la rivelazione della sua doppia natura: sia umana che divina. Nel mondo gnostico (II secolo d.C.), come nel Vangelo apocrifo dell’apostolo Filippo, la “Luce” viene identificata con il termine greco “pleroma” che in generale vuol dire “pienezza” e “completezza”; la dove la sfera divina e quella dell’ideale si intersecano creando la sfera della “verità”. Il contrario di “pleroma” è “kenoma” il mondo inferiore, il vuoto, la sfera dell’oscurità, la materialità, l’ignoranza.
***I curatori erano: Roberto Nardi, giornalista del Gazzettino di Venezia e collezionista e il Prof. Stefano Stipitivich, ex funzionario della Biennale di Venezia e provetto artista, insieme ai proprietari del Caffè, Daniela e Romano Vedaldi, che scelsero me per primo tra una lunga serie di artisti internazionali contemporanei, che a scadenza biennale avrebbero poi continuato ad onorare una tradizionale manifestazione di successo.
°Due studentesse dell’Accademia delle Belle Arti di Roma: Maschid Mussavì e Petra Paajanen e un ragazzo dell’Accademia dell’Aquila: Armando Gioia.
°°Il passato storico del Caffè Florian è conosciuto sia dai suoi affezionati estimatori che dai suoi celebri visitatori; basta andare sul sito: Caffè fondato nel 1720 è il più antico Caffè d’Europa, già dalla fine del Settecento fu anche Caffè letterario e saloon artistico. Pochi sanno che in questo Caffè, nel 1895, si riunì il sindaco di Venezia poeta e letterato Riccardo Selvatico con alcuni nobili privati e insieme diedero forma alla famosa Biennale Arte. Attività che il prestigioso locale Florian proseguì fino alla metà del primo Novecento e più avanti, a metà degli anni Ottanta, caparbiamente voleva ribadire il suo ruolo culturale, giovane e vivo, all’altezza dei tempi globali sulla scena artistica internazionale. Al Caffè veneziano ebbi due sale per installare le mie mini-icone: quella detta del Senato e quella Cinese, affrescate nell’Ottocento con figure allegoriche classiche delle arti, delle stagioni e poi del commercio e della navigazione; tali composizioni, per mia fortuna, erano protette da vetri e cornici; convinsi i curatori, i proprietari e le Belle Arti che usando un doppio scotch tutta l’installazione non avrebbe scalfito le storiche immagini.