“L’involuzione del pensiero libero”. Le riflessioni di ERNESTO JANNINI sull’ultimo libro di Matteo Bergamini

di Ernesto Jannini

Qualcuno ha affermato che la scrittura che orbita attorno al mondo dell’arte, e quindi la critica, la filosofia, e finanche il giornalismo – per essere tali – dovrebbero portarsi all’altezza delle opere che descrivono. Già Senocrate, discepolo di Platone, parlava di ecfrasi: vale a dire il linguaggio che aspira ad evocare la forza e la suggestione delle immagini plastiche. Roland Barthes, invece – a proposito della scrittura – pose la nota differenza tra ‘scrittori’ e ‘scriventi’: i primi impegnati a svolgere una ‘funzione’; i secondi una ‘attività’ che, per questi ultimi, significa “dire in ogni occasione e senza indugio quello che si pensa”. Naturalmente – aggiunge il linguista e semiologo francese – “ognuno oggi si muove più o meno apertamente fra le due postulazioni, quella dello scrittore e quella dello scrivente”.

È lecito, a questo punto, chiedersi come funziona tutto ciò nel nostro presente. Come interpretare, cioè, queste due postulazioni alla luce della nostra contemporaneità costituita drammaticamente da quel coacervo di mistificazione e corruzione dei media? Stiamo accennando a quel ‘rumore di fondo’, a quel brodo in cui si liquefa ogni autentico principio creativo, in cui le professioni – come pure il giornalismo d’arte – vengono attirate nel pozzo senza fondo dell’acquiescenza, dal risucchio di una anacronistica censura, o dalla seduzione delle immagini, degli slogan – come teorizzava Jean Baudrillard – che, per in molti casi, hanno sempre a che fare con il demoniaco, in quanto riducono la vita spirituale degli individui, e delle masse, ai minimi termini. Sorgono quindi delle domande legittime – che facciamo nostre – come quelle che Matteo Bergamini (direttore responsabile di Exibart, giornalista e critico d’arte) pone all’interno del suo pungente saggio (L’involuzione del pensiero libero) pubblicato di recente da Postmedia Books: “Come trovare altre fonti e visioni alternative? Come ritornare a quell’arte di scrivere in senso giornalistico in un ‘epoca del non detto’, del silenzio morale, della frammentazione, delle semplificazioni e indicizzazioni del linguaggio carpito dai tentacoli di Google, dalle ‘holding culturali’? Come sottrarsi a quel ‘partito unico’ che limita la libertà e l’intelletto spingendoli sui binari freddi di una ‘stampa generalista’, o di una insulsa critica d’arte, annoverabili entrambe – come sosteneva Francis George Steiner– tra i fenomeni più lascivi e parassitici della nostra cultura?”

Sembrerebbe – per Bergamini – che arte e giornalismo, apparentemente affiancati in un percorso parallelo, debbano ritrovare la loro ragion d’essere; farsi carico della ricerca della verità e della realtà non come semplice ‘comunicazione’ da un lato e informazione dall’altro ma, entrambi, veicoli di formazione nell’esplicitazione più autentica delle loro primarie funzioni. In tal senso – scrive l’autore – la critica deve addossarsi la responsabilità di azione e visione e, l’arte, arrivare ad una ‘forma’ che inneschi il gradiente della ‘poesia’, precisando che: “La rappresentazione della realtà dei fatti non è mai stata una pratica interessante per l’arte; l’arte come poiesis, come coscienza creatrice, piuttosto, ha sempre preferito interagire con i fatti del mondo attraverso metaforizzazioni, astrazioni, ribaltamenti…non ha mai raccolto i canoni di un’evidenza superficiale ma si è proceduto per allegorie, simbologie, richiami. La verità è stata posta oltre la soglia del visibile – chiusa e traducibile solo attraverso il proprio codice linguistico, che come ogni lingua necessita di studio e pratica – dall’altra parte della tela, della pagina, dello schermo.”

Per Bergamini c’è un ‘medium incendiario’ che è la pittura, con le sue virtù cardinali, immutabili, al pari di quelli testimoniati da Mark Rothko: mortalità, sensualità, conflittualità, casualità, ironia, arguzia e speranza. Ora, anche per il giornalista che cavalca una ‘professione desueta’, la sfida è grande poiché nell’epoca della velocità a tutti i costi, l’esercizio della lentezza e della riflessione, (festina lente per gli antichi) risulta sempre più arduo, se non impossibile. Così come risulta sempre più difficile esercitare una critica radicale e imparziale. Occorre prendere spunto dalle testimonianze di autori che hanno svolto un lavoro quasi di ‘scavo archeologico’ nella propria sensibilità e interiorità. Insomma la ricerca di un ‘movente’ vero, come vera libertà, per un sentire più profondo espresso nella pluralità dei linguaggi: nella letteratura, nel giornalismo, nell’arte, nel cinema. Si osservi il caso di Derek Jarman regista, scrittore e pittore britannico, che va alla ricerca di frammenti di verità, con un atteggiamento di indagine critica radicale, senza compromessi, a partire dalla sua dichiarata omosessualità indagata nel film come Sebastiane. “Per questo” – sottolinea Bergamini- “un’indagine attuata tramite la raccolta e la comparazione di frammenti di temporalità che si accavallano l’un l’altra può essere un metodo efficace nella ricognizione di un pensiero non lineare – quello che è proprio delle spettacolo, attento semplicemente a costruire una narrativa composta da causa-effetto-soluzione – ma circolare, determinato da una serie di punti comuni che si allontanano e si rigenerano sotto altre spoglie in ambiti differenti: la scientificità deve essere adottata come azione di “setacciamento” senza dimenticare che si è in perlustrazione di un terreno mobile…”.

Un invito – quello di Bergamini – a schierarsi contro le apparenze della società dello spettacolo, allo scivolamento della coscienza collettiva nell’oblio telematico. Pertanto occorre sempre più esercitare al massimo lo spirito critico e opporsi anche alla ‘nuova censura’ che avanza. A maggior ragione nel momento storico della pandemia, dove la libertà individuale e sociale è sottoposta alla pressione delle limitazioni dei protocolli scientifici. Una pressione che si affianca tragicamente alla persistente corruzione politica e al deficit di pensiero espresso dal ‘mondo globale’. Per l’autore de L’involuzione del pensiero libero è obbligatorio ‘disobbedire agli ordini’; occorre un risollevamento etico, come già in passato testimoniato da autori come Pier Paolo Pasolini, lo stesso Derek Jarman, Hervè Guibert, Vittorio Tondelli: tanto per fare alcuni nomi. Insomma, è necessario prendere posizione, per contrastare questo ‘rumore di fondo’ e ‘uccidere il mostro’. In questo tempo della paura dell’altro, del terrorista, del virus bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, come faceva Charles Bukowsky o Jorge Amado in Capitães da Areia: una realtà fatta di miseria, in cui l’esistenza degrada in storie di ordinarie follie, di emarginazione, di distruzione della sessualità o di illusioni mediatiche che producono di sete di apparizioni, al di fuori delle quali sembra impossibile intravedere ‘altre’ possibilità di vita; o meglio, quell’autentico esser-ci – come sosteneva Martin Heidegger– nel suo Sein und Zeit.


Matteo Bergamini

L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto.

Postemedia Book 2021

Euro 12.00

Isbn 9788874903047

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