I Martedì Critici

Soldi e speculazioni, così si consuma il grande imbroglio dell’arte contemporanea, di Dario Ronzoni (Linkiesta, 25 giugno 2016)

Secondo il critico Roberto Gramiccia il valore di un’opera è ormai deciso dalle quotazioni e coincide, nella sostanza, con il prezzo. Questo va a colpire la qualità e a creare un mondo, quello dell’arte contemporanea, artificiale e strumentale.

Si è allontanata dalle folle, si è chiusa prima nei musei e poi nei caveau. Prigioniera (volontaria) di una dimensione «puramente astratta, puramente autoreferenziale», l’arte contemporanea è molto cambiata. Secondo il critico e scrittore Roberto Gramiccia, autore di due volumi sul tema (Slot-Art Machine per DeriveApprodi e Arte e Potere per Ediesse) si è andata a cacciare in un vicolo cieco. E da lì è difficile estrarla. Perché nel frattempo è entrata a far parte di un meccanismo nuovo, commerciale e finanziario, che ne ha modificato la natura. L’arte, insomma, è diventata business. Mobilitando cifre immense, inventando nuove mitologie e creando centri di affari. È diventata un altro mondo e, per questo, solleva molte perplessità.

Capiamoci subito: si può pensare che l’arte contemporanea sia un grande imbroglio?
L’arte, come qualsiasi altra attività umana, può non aver nulla a che vedere con la correttezza. Per cui, per certi aspetti, sì.

In che senso?
Accade quando il business si impone sull’opera d’arte. È un concetto che ho sviluppato in due libri: la mercificazione entra a far parte di quel mondo e, per necessità, impone le sue logiche. Per carità, non è una novità. Per millenni affari e arte si sono incrociati, e la seconda non escludeva i primi. Si pensi, per fare un esempio, a Giotto: era il più grande artista del suo tempo ma, in contemporanea, era riuscito a diventare un importante imprenditore di se stesso, proprio grazie alla sua arte.

E allora cosa è cambiato adesso?
È cambiato che in passato l’arte godeva ancora di una forma di autonomia, un rispetto – quasi una sacralità – legata anche solo al lavoro manuale, al pregio tecnico e all’esecuzione. Si è mantenuta una certa libertà nel tempo, che ha permesso proprio quella libertà di espressione, di novità, che ha portato alla creazione di capolavori immensi.

E ora non più.
In larga parte no. Si è imposto un sistema di potere fondato sul mercato e sulle sue dinamiche. L’ambito dell’autonomia dell’arte si è ristretto, con una mercificazione ormai totalizzante.

Cosa significa?
Le faccio un solo esempio: da quando è cominciata la crisi, cioè diciamo dal 2008, il fatturato di Sotheby’s e Christies’ è aumentato del 538%. Le pare normale? Sono riusciti a ottenerlo gestendo la compravendita di 50 artisti, almeno una decina dei quali ormai deceduti. Ora agenti così grandi possono condizionare il mercato e direzionarlo a proprio vantaggio.

Ma come funziona questa macchina del mercato?
Si capitalizza un certo numero di opere, di un certo artista. Le si mette all’asta per gonfiare il valore e poi specularci sopra. Questo può avvenire solo se si ha già una grande disponibilità di denaro, parlo di milioni e milioni. E poi anche di persone e di competenze al tuo servizio. Intendo critici, intere riviste, perfino direttori di musei. In questo panorama, chi fruisce dell’arte, i collezionisti, non guarda più al valore artistico dell’opera, ma si orienta controllando i bollettini dei prezzi delle aggiudicazioni delle aste. Il valore è venuto a coincidere con il prezzo. Anzi, il prezzo è il valore. Con una ulteriore conseguenza.

Quale?
Che le opere d’arte smettono di essere espressioni artistiche, appunto, ma diventano strumenti finanziari. Perfino le grandi banche assumono consulenti artistici, proprio per guidare gli investimenti dei loro clienti più ricchi. Il risultato è che adesso i tesori artistici non sono più nemmeno uno status symbol. Non vengono più appesi in salotto, come si faceva (ad esempio) per i quadri di Lucian Freud, per mostrarli con orgoglio agli amici, ma tenuti nei caveau delle banche. Dove è anche più facile sottrarli ai controlli del fisco.

Ma non sta esagerando?
In parte sì. Ma il sistema funziona in questo modo, con l’effetto di una drammatica perdita di capacità critica, di comprensione del valore dell’arte. Ce ne sono ancora, nel mondo, ma questa struttura di potere non li premia.

Quindi hanno ragione i profani, quando vanno nei musei e non capiscono le opere che vedono, a sentirsi ingannati.
Non è proprio così. L’arte – e soprattutto l’arte contemporanea – non è per tutti. Occorre educazione e studio. È la stessa cosa – per capirsi – della degustazione del vino: saper apprezzare un sapore, un retrogusto, è un’abilità che si apprende e non è immediata. Per comprendere l’arte ci vuole tempo e studio. Non riuscire a capirla può dipendere da una mancanza di cultura. Certo, scelte discutibili come la cloaca turbo di Wim Delvoy sono al limite, e giustificano il rifiuto, da parte delle persone, di questo genere di operazioni. Anche io sono con loro: alla base c’è più una scelta sensazionalistica che un’esigenza artistica. Far parlare di sé per alzare le proprie quotazioni.

È un discorso che vale anche per Banksy?
Qui ci vuole un discorso articolato. In generale, ho imparato a essere malizioso su queste cose. Devo dire che la gestione del fenomeno “Banksy” non è del tutto estranea a queste dinamiche che critico. Tenere segreta l’identità dell’artista contribuisce a creare il mistero, ad attirare i curiosi e a far scrivere i giornali. Questo non toglie che ci siano esiti interessanti dal punto di vista artistico: non è un fenomeno dozzinale.

Ma ci sono ancora artisti, allora, in questo mondo condizionato dal business che descrive?
Sì, certo. Ma come dicevo prima non vengono premiati. È importante, per il sistema, garantire certi standard di gusto ben determinati. Gli autori e le opere scelte devono essere simili. Altri artisti, invece, escono da questo canone: sono più difficili da inserire e rischiano, in generale, di “far sfigurare” le altre opere, il cui valore è già stato deciso dal mercato. Ed è molto alto.

Ma chi sono questi artisti?
Ad esempio posso dire che uno come Jannis Kounellis, che è senz’altro un nome noto, è comunque meno famoso di Cattelan. Questo deve far riflettere. Ma attenzione: io riconosco i meriti di Cattelan, la sua intelligenza raffinatissima e la sapienza nell’utilizzo della macchina imprenditoriale. Lo critico per il valore artistico delle opere che propone, a mio avviso non altissimo.

Una questione di sistema.
Alla fine è così. Al centro c’è un mondo calcificato che ha annullato la sofferenza, ha sotterrato la fragilità. A mio avviso (e sarà argomento del mio prossimo libro) è proprio la fragilità la molla per la creazione artistica, e la sofferenza – che è inscritta nella condizione dell’esistenza – è la cifra dell’autenticità. Un’arte che toglie questi due aspetti, cioè la sofferenza e, di conseguenza, l’autenticità, sa esprimere solo un mondo artificiale e distante. Un mondo, cioè, che non ha nulla da dire e un’arte che non sa più parlare. Questo, tra tutti, è forse l’imbroglio più grande.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/06/25/soldi-e-speculazioni-cosi-si-consuma-il-grande-imbroglio-dellarte-cont/30930/

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2 Comments

  1. Lucilla Catania

    Concordo con le riflessioni di Roberto Gramiccia ma temo che il raffronto tra Kounellis e Cattelan sia sbagliato. Affermare che il primo sia “comunque meno famoso di Cattelan” mi sembra difficile da sostenere. Kounellis l’arte contemporanea l’ha fatta in Italia e nel mondo, ne è uno dei più significativi rappresentanti; il suo curriculum e le quotazioni delle sue opere lo dimostrano ed è anche l’espressione del “sistema arte” in tutta la sua complessità.
    Altra cosa: cito dall’intervista: “io riconosco i meriti di Cattelan, la sua intelligenza raffinatissima a la etc,ect,” Quali meriti?? Attenzione Signori, stiamo parlando di un individuo che per realizzare alcune delle sue opere ha ucciso o fatto uccidere degli animali. In particolare mi riferisco ad un certo numero di cavalli, a occhio direi una decina, contravvenendo agli articoli 11 e 13 della Carta Universale dei Diritti degli Animali, UNESCO 1978. Rinvio, per chi volesse approfondire l’argomento, al mio articolo pubblicato in marzo scorso su queste pagine.
    Perdonatemi, ma io su questi fatti e misfatti non riesco a dare un giudizio artistico; questo individuo per me è semplicemente un biocida.

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  2. Roberto Gramiccia

    Cara Lucilla,
    mi compiaccio della tua attenzione. Diciamo che lo sbobinamento della mia intervista in alcuni punti non è stato perfetto. Io ho citato Kounellis come esempio di artista autentico e di grande valore. Per quanto riguarda Cattelan ne ho solo riconosciuto l’astuzia manageriale mettendo in dubbio in radice le sue qualità artistiche (quindi il confronto con l’artista greco non si pone nemmeno). Si tratta del resto di cose che ho scritto un mucchio di volte ma proprio tante. Per quanto riguarda gli animali, come sai, sono totalmente d’accordo.

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