I Martedì Critici

Genius Loci, maestri di Sardegna al MACC

CALASETTA | CARBONIA-IGLESIAS

Museo MACC

Dal 7  luglio al 16 settembre 2018 

A cura di Efisio Carbone, Roberta Vanali, Giorgio Dettori

Inaugurata sabato 7 luglio, Genius Loci – Maestri di Sardegna, è la grande mostra collettiva dell’estate del Museo Macc di Calasetta, visitabile sino al 16 settembre del 2018, dal martedì alla domenica, dalle ore 18 alle ore 21.
Nata da un’idea corale di Roberta Vanali, Efisio Carbone e Giorgio Dettori, la mostra è una narrazione visiva della più interessante produzione artistica dei grandi Maestri sardi, per la prima volta riuniti insieme per raccontare attraverso il genius locidella Sardegna, temi universali.
Gli spazi luminosi di Sardegna del Museo MACC, si rivelano il set ideale per la mise en scene dei linguaggi arcaici di Costantino NivolaMaria LaiSalvatore Fancelloe Pinuccio Sciola, e della sensibile ricerca di Antonello OttonelloLalla LussuRuben Montini, legati tra loro anche da personali trame di vita.

La mostra è inserita all’interno di un cartellone che intende rafforzare il legame tra il sistema museale e i luoghi su cui insiste, coinvolgendo tutti gli attori del territorio a partire dai suoi cittadini, attraverso progetti e attivitàdi interazione con le comunità locali, e al contempo soddisfare i visitatori, creare sviluppo e aprirsi verso l’esterno.

Inserite in questa logica anche le residenze d’artista che vedono protagoniste dallo scorso 23 giugno e sino al 6 agosto alla Torre Sabauda, il risultato del lavoro iniziato lo scorso marzo dalle due artiste Paulina Herrera Letelier, architetta, designer, artista cilena e Francesca Romana Motzo, musicista, performer sarda. Track di-vento di-pietra, è il titolo della loro mostra, ispirata nelle forme e nei suoni alla trachite rossa tipica dell’isola di Sant’Antioco e le suggestioni del territorio.

Domenica 8 luglio alle 8 del mattinoPaulina Herrera Letelier e Francesca Romana Motzo, eseguiranno, presso lo scoglio di Mangiabarche il loro secondo e suggestivo intervento performativo legato al progetto Track di-vento di-pietra.
A seguire alle 11 al Museo MACC, saranno gli stessi curatori, Roberta vanali, Efisio carbone e Giorgio Dettori, ad accompagnare il pubblico alla scoperta della mostra Genius Loci, attraverso una “privilegiata” visita guidata aperta a tutti.

Ma al Museo MACC, la stagione turistica si arricchisce anche di eventi collaterali, proponendo inaspettati quanto piacevoli approcci all’arte dedicando tutti i venerdì e i sabati di luglio e di settembre Tramonto al Museo,con visita guidata alle mostre che si conclude con un aperitivo da gustare sulle terrazze alla calda luce del tramonto.
I martedì e i giovedì sulla terrazza della Torre Sabauda, sono attive delle sessioni di yoga guidate da un’insegnante professionista.

Il MACC riconferma la convinzione che il museo debba e voglia essere un attivatore culturale, un centro che conservi e promuova lʼarte ma anche il piacere della socialità e dell’incontro e un motore che possa efficacemente contribuire allo sviluppo economico del territorio.

GENIUS LOCI – Maestri di Sardegna

Introduzione alla mostra

La grande mostra, curata da Efisio Carbone, Roberta Vanali e Giorgio Dettori, è dedicata al Genius Loci, con le opere degli artisti Costantino NivolaMaria LaiSalvatore Fancello,Pinuccio SciolaAntonello OttonelloLalla LussuRuben Montini. Il progetto si innesta in un percorso di più ampio respiro che intende valorizzare la Collezione permanente attraverso una serie di mostre che hanno il compito di approfondire i legami tra arte e territorio, le connessioni tra artisti, gli elementi comuni di ricerca. Gli artisti selezionati sono tra i più celebri del panorama sardo, nomi di grande richiamo che veicolano efficacemente la conoscenza del territorio sardo.

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.” (James Hillman, L’anima dei luoghi) In base alla concezione animistica della natura secondo la quale tutto è vivo, il Genius Loci incarna l’anima di un luogo. Oggetto di culto a partire dall’età augustea si configura come un’entità soprannaturale che custodisce e protegge un luogo mediante un processo di stratificazione avvenuto nel corso del tempo.
Muovendo da questi presupposti, attraverso sette tra gli artisti più noti del panorama sardo, s’intende individuare un percorso comune che restituisca la capacità di trattare elementi peculiari della storia, della cultura, della natura del territorio sardo per restituirli alla collettività elaborati in linguaggi contemporanei con la straordinaria capacità di varcare geograficamente i confini “regionali” per divenire patrimonio collettivo mondiale. Il tutto evidenziando rapporti, amicizie e contatti significativi per il percorso di ognuno degli artisti storici. Sinergie che persistono ancora oggi per gli artisti attivi.

SALA DEI MAESTRI STORICI

Salvatore Fancello, genio assoluto, purtroppo strappato precocemente a un grande futuro d’artista dalla Seconda Guerra Mondiale, nella sua, se pur breve intensa attività durata circa 10 anni, ebbe tempo di maturare un personalissimo linguaggio che riportò su carta ed elaborò attraverso la ceramica, rivoluzionando l’iconografia dei manufatti sardi. Dalle sue mani presero vita stilizzazioni rapide, secondo moduli geometrici, (ripresi dal ricamo e dalla cestineria) di animali, uomini e donne immersi in mondi arcadici, quasi cavati da pitture rupestri; scene di danza, di caccia e di vita quotidiana. In loro il segreto perduto di un’armonia universale, dono della natura benigna oggi irrimediabilmente sconvolta dalla mano umana. “Pare che accada spesso, a questi artisti precoci di morire giovanissimi o, / per un motivo o per l’altro, di abbandonare e dimenticare addirittura / la loro vocazione innata. Questo contrasta con il comportamento della / maggioranza degli artisti operanti, che sono artisti proprio perché lo vogliono disperatamente; mentre i primi semplicemente lo sono. Salvatore era uno di questi.” È noto il profondo legame con Costantino Nivola, come si evince dai suoi versi, al quale fece uno dei più bei regali di nozze che due sposi potessero ricevere: il celebre Disegno Ininterrotto, di daliniana memoria, oggi conservato presso il museo a lui intitolato di Dorgali, che conserva ed espone un prezioso nucleo delle sue opere. Meno noto invece il pannello a tempera su compensato realizzato a quattro mani da Fancello e Nivola nel 1932 come dono di nozze per l’architetto Branchetti. Nivola ricordò sempre il suo amico Fancello al punto di commemorarlo nella sua ultima opera, la decorazione scultorea del Palazzo del Consiglio Regionale a Cagliari, con la riproduzione di un suo disegno realizzato con la tecnica del graffito. Fu un rapporto stretto quello che li legava, fatto di protezione e ammirazione, soprattutto da parte di Nivola che, maggiore di qualche anno, comprese subito le eccezionali doti di Fancello. Per la Triennale del 1936 eseguirono insieme una parete ceramica popolata di animali dove difficilmente si riescono a distinguere le diverse mani, così come avviene per la Scena Allegorica (1936/37), dove a sfondi paesistici, dati con tocchi di colore fluido, si uniscono a grafismi e animali dal gusto surreale e a tratti astratto.
La forza del linguaggio contemporaneo è tutta nelle straordinarie sperimentazioni plastiche di Costantino Nivola, artista che trionfò negli Stati Uniti tra frequentazioni d’eccezione e commissioni pubbliche prestigiose. Ai primi anni Sessanta sono ascrivibili le piccole terrecotte – che modellava con un panno bagnato in modo da imprimerne la trama più o meno grossa – raffiguranti i Letti che, insieme a le Spiagge e le Piscine, presuppongono una visione dall’alto. Piccoli letti, che rientrano in una dimensione intimista, dove adagia figurine sintetiche e brulicanti ad indagare il rapporto uomo-donna tra amore, sesso e difficoltà di comunicazione.
Nel 1938 sposa l’ebrea Ruth Guggenheim. Si reca con lei a Parigi e subito dopo raggiunge gli States per sfuggire alle leggi razziali. E’ l’epoca dedicata ai disegni della città di New York per comprenderla più a fondo. Nascono vedute urbane pullulanti di mille dettagli restituiti attraverso cromatismi accesi. Caos e disorientamento sono gli aspetti che emergono dai disegni d’impronta pop al limite dell’horror vacui.
Nel 1958 scelse il suo piccolo paese di Orani per presentare la sua ricerca più avanguardista e dove ora è conservata la collezione più importante delle sue opere.  Realizzò a graffito la decorazione della chiesa di Sa Itria ed espose per le vie del paese una serie di sculture. Pensò ed elaborò diversi progetti per la Sardegna che, con un certo ritardo, si accorse del suo immenso valore. Resta ad esempio il “lago salato” sotto il Consiglio Regionale della Sardegna a Cagliari, con le grandi madri lasciate a protezione del popolo, per ricordare quanta dignità hanno i figli di questa terra mentre lottano per i propri diritti in quella che è la sede politica per eccellenza. Le Madri e le Vedove  sono i temi principali delle sculture dove sintesi e purezza della forma sono le prerogative del suo codice estetico. Icone solenni ridotte all’essenzialità della forma per divenire simboli di portata universale. Convivono con le sue sculture i graffiti che riportano brani del “Disegno ininterrotto” di Fancello, incisi su parete di granito sotto lo sguardo attento  di Pinuccio Sciola artista dalle “pietrose mani”che ha cantato anch’egli, o meglio suonato, le peculiarità della sua terra.
“Le pietre sonore di Pinuccio Sciola hanno il potere di suscitare in noi l’equivalente di un evento sacro; o almeno di un evento dove il fattore simbolico s’incarna in un’opera che – prima di essere dell’uomo – è del creato (o, forse, del Creatore)”, scrive Gillo Dorfles. E’ forse questo il motivo per cui le ha disseminate nel piazzale della Cattedrale di San Francesco di Assisi e a Santa Croce a Firenze le ha potute suonare davanti alle spoglie di Michelangelo con grande commozione. Lui che, come uno sciamano, le accarezzava dolcemente nonostante le mani forti e ruvide da contadino. Quelle pietre dalle note primitive che giungono dalle viscere della terra e che hanno catturato l’anima sono arrivate dappertutto: Barcellona, Berlino, Parigi, Venezia, Budapest, Londra, Avana, Città del Messico, Stoccarda, Shanghai. Quei grossi massi di basalto, talvolta finemente lavorate a lamelle, altre lasciate grezze come la terra le ha concepite, sono il risultato di quell’incontro tra natura e cultura. Meno conosciuti, ma altrettanto straordinari, i suoi lavori in argilla, intimi e delicati nel racconto e le chine acquerellate, nella loro essenza plastica, totalmente scultoree.
Pinuccio Sciola ha dato voce alle pietre e vita al primo museo a cielo aperto in Sardegna. Dopo la distruzione di uno dei suoi più celebri murales arriva l’invito, da parte del Teatro Lirico, per la realizzazione delle scenografie della Turandot. Sarà la Turandot più vista di sempre a Cagliari. Recentemente scomparso, lascia alla Sardegna un’eredità vastissima fatta di sculture meravigliose, in argilla, legno e pietra, che profumano di spazi aspri e selvaggi; la tradizione dei murales, da lui innescata nel paese museo di San Sperate, ancora viva, è dilagata in tutta l’isola; un uomo che sapeva raccontare come pochi anche solo esistendo. La necessita di tramandare attraverso il racconto affonda le radici nell’ancestralità del linguaggio: simbologie che incontrano la scrittura dopo aver capito di poterne fare a meno, come i padri nuragici intuirono, così fecero gli artisti contemporanei. Non a caso Placido Cherchi scrive: “Quel che la pietra può dire di sé, non è solo la vicenda eruttiva che l’ha fatta emergere dalle profondità della terra, ma è anche, e soprattutto, il suo provenire da un altrove astrale, il suo aver viaggiato per tempi e spazi che la nostra immaginazione a stento riesce ad ipotizzare.”
Oltre a Sciola è il caso di Maria Lai, amica le cui mani gli accarezzarono la vita, come ebbe modo di ricordare lui stesso. Maria seppe come nessuno mai rendere vivide e attuali le fiabe più antiche, quelle che si fondono col mito in un percorso legato al sapere femminile saldatosi alle arti applicate, al cucito, alla tessitura; la magia vuole che antropologia e arte contemporanea (Maria studiò nella classe di Arturo Martini, conobbe frequento e visse i centri di produzione artistica contemporanea più importanti d’Europa) si leghino nelle forme più sperimentali dell’Arte relazionale che oggi rendono Maria Lai tra gli artisti italiani più apprezzati e conosciuti al mondo.
“Da traccia di esistenza, da cordone non interrotto col mondo primitivo, archetipo dell’isola natale, il filo si è fatto per Maria sostituto intenzionale della scrittura, quasi traccia che conduce, ai margini della Babele linguistica, “a latere” degli intrecciati sentieri borgesiani, a una nuova e diversa comunicabilità.” (Anna Dolfi) Quel filo che diventa azzurro per legare la gente di Ulassai alla montagna, azione performativa partecipata, realizzata nel 1981 e che la rese celebre, che attinge a piene mani ad un’antica leggenda di una giovane donna che si salva dal crollo di una grotta dove si ripara nel momento in cui appare in cielo un nastro. E’ il racconto del filo perché i fili sono come le parole, si aggrovigliano per poi essere dipanati, creano storie e leggende che si pongono come sintesi tra memoria individuale e memoria collettiva, attingendo al mito per raccontare il valore delle piccole cose come “guardare le nuvole”. Così i lenzuoli di Siliqua, recentemente esposti come incipit della Biennale di Venezia, brillarono candidi dai balconi delle case macchiati solo da olio di parole in un altrettanto importante progetto di arte relazionale “L’albero del miele amaro” realizzato con la Compagnia di Fueddu e Gestu.
Lo stesso filo struttura e compone le Geografie, mappe astrali, antichi portolani metafisici, metafore degli sconfinati spazi che si aprono all’improvviso tra le montagne, tra spontaneità del gesto e della creazione, aspetti che ritroviamo in tutte le sue opere. Ed è sempre quel filo dei libri dalle scritture illeggibili, codici segreti indecifrabili, che rinnovano il codice universale dell’arte, presentati per la prima volt alla Biennale di Venezia del 1978. E a Venezia ritornerà dopo quasi quarant’anni dopo essere stata celebrata a Documenta nello stesso anno.
Maria Lai lascia in eredità un numero enorme di opere, alcune della quali conservate alla Stazione dell’Arte insieme al museo a cielo aperto di Ulassai che annovera numero interventi site specific, tra cui il Lavatoio, detto anche Fontana, che suona a seguito del prezioso intervento di Nivola, con mosaici esterni di Strazza e Veronesi.
Narratrice di fiabe e leggende, Maria Lai imbastisce il filo della memoria con lo sguardo di una bambina, capace di evocare antichi miti e sorprendere chi l’ascolta: “Giocavo con grande serenità e ad un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte.”
La mostra è arricchita da una serie di video prodotti da Francesco Casu e Giorgio Dettori, che hanno trattenuto, o meglio, tessuto con gli artisti in mostra importanti rapporti di lavoro e profonde amicizie.

Sala Ottonello
Antonello Ottonello, costumista, scenografo, attore di talento, dopo aver partecipato alla formazione del teatro sperimentale d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta tra Roma e Milano, principali centri di produzione, ci basti citare soltanto la Compagnia di Mario Ricci,  rientra in Sardegna nel 1980 per partecipare attivamente alla ricerca del Contemporaneo. La sua sensibilità lo avvicina agli elementi naturali, agli equilibri delicatissimi della natura: nelle sue opere pietre, argille, semi e spine di acacia strutturano forme altamente simboliche che tentano di ricucire i legami tra spirito e terra parlando di individuo e di Comunità nel medesimo tempo; una poetica che lo rende unico in tutto il panorama artistico attuale. Il tema della Miniera, che ha percorso la sua produzione per diversi lustri, incarna tutta la sensibilità con cui Ottonello entra in connessione con I luoghi. Le grandi vasche, su cui affondano paesaggi sulcitani feriti e sfruttati da secoli, oggi custodi di ruderi e silenzi metafisici tipici dell’archeologia industriale, sembrano trasformati in pozzi sacri, lavacri su cui si specchia il futuro incerto del territorio.

Sala Lalla Lussu
Di natura parla anche l’ultima ricerca di Lalla Lussuche concentra la consumata conoscenza del colore, della pittura, delle tecniche, dei materiali, in un rapporto osmotico con le aree lagunari, di cui la  Sardegna è ricchissima, dove le concentrazioni di fauna e di flora sono tra le più vaste e varie. Con le sue “Cortecce”, già presentate allo Spazio (In)visibile di Cagliari nel 2017 la tela sembra liberarsi dalla schiavitù del telaio per danzare, trasportata dal vento, tra acque iridescenti e salicornie infuocate. Sono paesaggi sospesi tra pittura e poesia. Lalla Lussu affronta il lavoro faticoso dell’artigiano e dell’artista. Cuce e scuce le sue opere e le imbeve di colore dentro il mito e la filosofia. Il progetto si è arricchito col tempo di importanti variazioni su tema tra cui la serie degli Alpegiani dove le plissettature catturano le ombre in un ritmo serrato di chiaroscuri che esaltano il colore in parte fuso col supporto.

Sala Ruben Montini
Ruben Montini, giovane artista tra i più dotati del panorama internazionale rivolge la sua sensibilità alle pieghe più scomode delle complesse strutture e sovra-strutture sociali contemporanee; diritti delle minoranze, lotte personali e collettive, il suo lavoro sembra innestasti nella grande stagione creativa, in particolare, delle artiste-performer degli anni ‘60 e ‘70 che seppero usare come nessuno prima il proprio corpo come strumento di rivendicazione sociale. L’artista si muove disinvolto tra una pluralità di linguaggi che vanno dalle azioni performative, alle istallazioni, ai ricami su tessuto, questi ultimi in parte mutuati dalla tradizione tessile sarda e dal mondo domestico al femminile. Il progetto SOLO del 2017, presentato alla Prometeo Gallery di Milano, è un’istallazione complessa dove l’artista cuce I suoi abiti, tutti insieme, quasi fossero un lugo-spazio – rifugio ma anche una pelle protettiva da indossare dove la forza poverista può considerarsi un plus valore. Tra le articolate metafore che si concentrano in questo straordinario lavoro, colpisce la precarietà esistenziale accentuata da un senso di solitudine che rimanda sorprendentemente al sacro, quasi fosse una muta conversazione mistica che ripiega verso l’assoluto.

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