I Martedì Critici

UN COLLEZIONISTA FRAGILE, di Marco Enrico Giacomelli (Artribune, 9 marzo 2016)

Renato-Mambor-Campionatura-1962-tempera-su-cartone-cm-66.5x78Medico e curatore, critico per “Liberazione” e saggista. È tutto questo, Roberto Gramiccia. E ora la sua collezione è in mostra al Museo Bilotti di Roma, fino all’11 aprile. Abbiamo parlato con lui di arte, sistema, mercificazione…

Nel tuo caso il termine “curare” ha un significato diverso da come viene generalmente recepito nel mondo dell’arte. Raccontaci chi è Roberto Gramiccia.
Si prova sempre un certo imbarazzo a parlare di sé. Rispondo, si parva licet, con una frase di Terenzio: “Sono un uomo: nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. L’amore per l’arte, per la politica, per la medicina per me sono parti di un tutto indivisibile. L’insieme di questi interessi è il mio lavoro e il mio piacere. Curarmi di essi è il mio modo di curare me stesso e gli altri.

Fragili eroi: è il titolo di una tua raccolta di interviste (in un libro pubblicato da DeriveApprodi nel 2009) e ora quello della mostra della tua collezione. Ci spieghi questo apparente ossimoro?
Quando ho proposto al comitato scientifico del Museo Bilotti una mostra ispirata a questo libro (una raccolta di ritratti d’artista), il comitato mi ha risposto che avrebbe preferito una mostra sulla mia collezione e sulle tensioni che la attraversano. Io ne sono rimasto lusingato e ho chiesto al mio amico Alberto Dambruoso di curarla e all’Associazione Hidalgo di sostenerla.
È rimasto il titolo del libro, che riflette bene il senso principale della collezione e della mostra: l’indagine sulla relazione che esiste fra la sofferenza che deriva dalla consapevolezza del limite e lo sforzo per superarlo, che è spesso “eroico” nell’accezione che piace a me, quella di Leopardi, per intendersi, e non quella della volontà di potenza di Nietzsche.

Nel testo di presentazione della mostra ti definisci un “collezionista novecentesco”. E non credo abbia soltanto un significato temporale. Penso che tu intenda, ad esempio, anche una certa concezione della modernità, o sbaglio?
Non sbagli. Io amo la modernità di Ulisse, di Don Chisciotte (il simbolo di questa mostra), delle Avanguardie storiche e delle neoavanguardie, la modernità delle grandi trasformazioni rivoluzionarie novecentesche, se pur con gli errori e gli orrori che conosciamo. Non amo la modernizzazione di oggi, che impone la dittatura del mercato, il pensiero unico e, in arte, la sostituzione del concetto di qualità con l’interesse esclusivo per il valore di scambio delle opere.

Qual è la genesi della tua collezione? E qual è il suo stato attuale?
Sono molte le ragioni: la mia sete di conoscenza, il mio amore per le opere, l’amicizia degli artisti, la curiosità e, sicuramente, anche un certo grado di autocompiacimento narcisistico. La collezione comprende circa 120 opere, che tracciano un itinerario fra le varie Scuole romane (da Mafai al Gruppo di San Lorenzo) senza escludere un’attenzione particolare a singole personalità non inquadrabili in gruppi o movimenti.

Se dovessi scegliere due opere alle quali sei particolarmente legato?
Il Nudino di schiena di Mafai e Finestra su Tunisi di Pizzi Cannella.

Rivendi le opere della collezione? Magari per acquistare qualcosa a cui tieni, non dico per speculazione.
Può capitare. È capitato soprattutto in passato per lavori che non reggevano l’usura del tempo e che vendevo per finanziare l’acquisto di altre opere.

Dove acquisti le opere? E dove le tieni? Sono tutte e sempre visibili o le sottoponi a turn over?
Nel corso dei decenni la mia passione per l’arte è diventata un vero e proprio lavoro, fondato su uno studio sistematico e su una conoscenza diretta di molti degli autori che colleziono. Conoscenza che spesso si è trasformata in amicizia. Spesso il mio essere medico ha facilitato queste relazioni. C’è stata poi la mia intensa attività di critico (suLiberazione soprattutto) e curatoriale.  Le molte mostre, i libri che ho scritto, sull’arte e non solo.
Insomma, un sacco di cose che hanno facilitato l’acquisizione di molte opere. Naturalmente ho anche acquistato in senso stretto. In genere in case d’asta come Finarte, Christie’s o Farsetti. Le opere le tengo dove vivo e a volte le ruoto.

La tua posizione è chiara per chi ha letto libri come Slot Art Machine o Arte e potere. Ma ribadiamola: cosa pensi dell’attuale sistema dell’arte, in senso globale e nello specifico italiano?
Ho una posizione critica, non perché demonizzi il mercato, ma perché penso che la mercificazione molecolare dell’arte rischi di modificarne la natura più profonda. Di questa mercificazione il sistema dell’arte è uno strumento. Tranne qualche eccezione che, specie in ambito pubblico, nel nostro Paese mostra interessanti profili di resistenza.

Chiudiamo tornando alla mostra. Cosa può imparare il visitatore di Fragili eroi?
Intanto spero che non si annoi. A giudicare dall’affluenza di pubblico e dai commenti che arrivano, sembrerebbe di no. Poi può imparare qualcosa sull’arte a Roma in questi ultimi ottant’anni. E infine constatare che, quando la fragilità diventa presupposto di riscossa creativa, piuttosto che di rassegnazione, tutto può succedere, in arte come nella vita. Ma sarebbe lungo parlarne, sarà il tema del mio prossimo libro.

 

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