I Martedì Critici

“Sono io l’anti-pop”, di Carlo Alberto Bucci

Fonte: La Repubblica, 12 novembre 2017

“Non accomunatemi a Lichtenstein e compagnia. La mia è una pittura romantica”. Parla Jim Dine, il grande artista americano che ha inaugurato una mostra nella capitale. “Sono un operaio solitario”

«Il piacere del lavoro sta nel fare tutto con le mie mani, che sia incidere una lastra o scolpire il legno. Sono un operaio, un solitario, e questo aspetto mi differenzia dagli artisti cosiddetti postmoderni», dice con orgoglio Jim Dine. L’artista americano è a Roma, circondato dalle sculture gigantesche che ha modellato ispirandosi a piccole statuine ellenistiche, dalla grande testa-autoritratto e dalle parole del suo poema I fogli in fiore con le quali di proprio pugno, «con una calligrafia folle e pazza», ha ricoperto le pareti dell’Accademia di San Luca per una mostra non celebrativa ma tutta fatta di lavori recenti (fino al 3 febbraio). E mentre parla si tormenta l’indice destro, incerottato per qualche incidente del mestiere.

Molti artisti oggi affidano le loro opere a laboratori di scenotecnica. E lei mi vuole dire che non ha collaboratori? «Certo che li ho. Eppure rivendico il fatto che quella del pittore è una professione solitaria. A ottantadue anni, e con quindicimila opere grafiche alle spalle, solo per parlare dell’incisione, mi affido a giovani aiutanti. Sono i miei muscoli e la mia schiena. Di più, sono la mia famiglia. Tuttavia ancora io inizio e finisco ogni mio pezzo». Come ha cominciato? Come erano i corsi serali dell’Art Academy di Cincinnati, Ohio, che frequentava da ragazzo? «Ho ricordi orribili dei primi anni di scuola. I professori mi consideravano un cattivo studente ma ero, sono, soltanto dislessico. A Cincinnati non c’era altro che una scuola comunale di architettura dove frequentavo i corsi di disegno tecnico: sono mancino e i tavoli non erano fatti per la mia mano, così con la china combinavo disastri. Poi mi iscrissi alla facoltà statale di Belle arti ad Athens, sempre in Ohio. C’erano quattromila studenti, la maggior parte, però, studiava per diventare professore. I miei docenti capirono che ero diverso. E lasciarono che facessi esclusivamente i corsi di pittura, scultura, disegno. Ero dispensato da tutte le altre materie. Per me fu un miracolo essere lasciato in pace e da solo. Per questo mi sento un autodidatta».

Ma avrà dei maestri, dei punti di riferimento.

«Sono tanti. Matisse, certo. Il vostro Morandi, indubbiamente. Ma, soprattutto De Kooning: le performance che ho realizzato nei primi anni Sessanta erano un modo per liberarmi di questo padre che, come sapete, era olandese. E anche io mi sento più europeo che americano.Tre dei miei quattro nonni erano europei: anche se non avevano mai letto Proust».

Lei, che è poi tornato subito alla pittura, nel 1960 realizzò

quattro happening, forma di espressione inventata da Allan Kaprow. Cosa ricorda di lui?

«Io ho sempre trovato le performance in sé noiose e il lavoro di Kaprow un poco forzato. Però lui allora era il comandante e anticipò i tempi con coraggio e ambizione, questo glielo devo».

Mi parli allora di Claes Oldenburg: nel 1960 esponeste in una doppia personale alla Judson Gallery di New York, che per lei fu anche la prima installazione, “The House”.

«Claes era allora un artista dal profilo proteiforme. Lui era, ed è, un grande progettista. Mi ha insegnato moltissimo».

Oldenburg ha ingigantito oggetti quotidiani, come dentifrici, aghi con filo, forbici. Suo nonno e suo padre avevano negozi di ferramenta e idraulica, e lei ha scelto spesso per le sue nature morte oggetti come chiavi inglesi, pale, martelli. Servono forse a rimarcare che si sente un “operaio”?

«Gli oggetti rappresentano me stesso, il mio è un lavoro sempre marcatamente autobiografico. Gli attrezzi d’uso, in particolare, sono commoventi perché portano in sé stessi l’evoluzione nei secoli verso la perfezione. Mi piace moltissimo l’idea che un martello sia l’evoluzione di una pietra usata dai primi uomini. La Venere di Willendorf a Vienna è una scultura preistorica alta undici centimetri e il mio martello è uno strumento di lavoro. Entrambi però sono frutto del desiderio secolare di espressione da parte dell’uomo. E sono anche portatori di significati. La Venere simboleggia la fertilità femminile. Il martello è fallico».

Lei è spesso accomunato alla Pop Art, ma non si riconosce in questa etichetta. Perché?

«I veri, autentici artisti pop sono tre: Wesselmann, Rosenquist e Lichtenstein. Le loro opere sono frutto di una tecnica impersonale che tiene volutamente l’emozione a distanza. Niente da dire. Ma io, invece, ho sempre dipinto la mia vita interiore, ho parlato un linguaggio rivelatore di me stesso. Mai “cool”, come in Roy Lichtenstein, il cui lavoro sinceramente ammiro per l’eleganza. Io sono però “caloroso”, sono un pittore romantico. E mi sono sempre sentito più vicino all’arte del Nouveau Réalisme».

Si sente quindi più affine a Rauschenberg e a Jasper Johns, anche loro assimilati alla Pop Art?

«Loro due appartengono a un’altra generazione (Rauschenberg è del 1925, Johns del 1930 e Dine del 1935, ndr). Quando frequentavo la scuola d’arte loro erano i miei “eroi”. I combine painting degli anni Cinquanta di Rauschenberg furono per me molto stimolanti. E credo che fossero il suo miglior lavoro di sempre».

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