I Martedì Critici

SIMBOLISMO, Quando l’Europa della pittura sognava a occhi aperti, di Armandio Besio (La Repubblica – 28 febbraio 2016)

il-simbolismo-mostra-a-palazzo-reale-a-milano-larte-dalla-belle-epoque-alla-grande-guerra_187568_bigÈ un viaggio emozionante oltre i confini della realtà. Un’odissea nello spazio del mistero. Una discesa negli inferi dell’inconscio, nel cuore di tenebra di un mondo cupo e incantato. Fatto di foreste e ghiacciai, mari gialli in tempesta e salici piangenti. Abitato da angeli e demoni, sfingi e veneri, sirene e meduse, donne serpente e ciclopi.

È il mondo mitico e magico rievocato nella mostra Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra, fino al 5 giugno al Palazzo Reale di Milano. Prodotta dal Comune con 24 Ore Cultura e Arthemisia Group, è curata da Claudia Zevi, Fernando Mazzocca (uno dei nostri più raffinati studiosi dell’Ottocento) e Michael Graughet, direttore dei Musei Reali di Bruxelles. Da dove arriva, per la prima volta in Italia, il quadro simbolo dell’esposizione: Carezze ( L’Arte) di Fernand Khnopff: una sfinge con il corpo di ghepardo, seducente e minacciosa allegoria della lussuria, corteggia guancia a guancia un giovane dai tratti efebici. Tra i dipinti mai visti da noi spiccano anche L’eletto di Ferdinand Hodler, rito iniziatico di un fanciullo officiato da sei femmine angeliche (da Hagen) e Il silenzio della foresta di Arnold Böcklin, una donna a cavallo di un unicorno (da Poznan). Oltre 150 opere tra quadri, incisioni e (rare) sculture sfilano in 24 sale, divise in 19 sezioni tematiche dai titoli suggestivi: Notte dell’anima, Voluttà della morte, Eros e Satana, Demoni della mente. I critici laureati registrano presenze e assenze: ci sono i Nabis, non i Preraffaelliti; c’è Segantini e però manca Gauguin. Del resto, come avverte Philippe Daverio, autore del video introduttivo, il Simbolismo è dal un lato «un fiume carsico che attraversa l’Europa», dall’altro «un fenomeno commerciale inventato dai mercanti parigini», e insomma non è facile da classificare e circoscrivere. Nasce letterario, il 18 settembre 1886, quando il poeta Jean Moreas pubblica su Le Figaro il Manifeste du Symbolisme. Moreas ripensa a un altro poeta, il Baudelaire dei Fiori del male. Rifiuta il realismo, il naturalismo, l’impressionismo, il positivismo scientista. Cerca «la lingua segreta delle cose mute». Dirotta «la logica del visibile al servizio dell’invisibile» come sinte- tizza Odilon Redon, in mostra con un bel quadretto shakesperiano, Il sonno di Calibano, un personaggio della Tempesta («Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni») e con l’inquietante ciclo di incisioni Le origini, tra fantascienza e horror, figlio delle teorie di Darwin, con Freud uno dei padri della nuova sensibilità simbolista.

L’allestimento in penombra, quasi al buio, un format altrove abusato, qui funziona. Accentua il senso di un’arte che ama i chiari di luna e i cimiteri al crepuscolo. Ogni sala è scandita da brevi testi, una volta tanto ben scritti, e da efficaci citazioni di Baudelaire. L’incipit è affidato alla dichiarazione di poetica: “Estrarre la bellezza dal male”. Tradotta in pittura da Joseph Middeleer nella

Diavolessa, prima di una schiera di femmine fatali convocate a turbare il pubblico maschio: la peccatrice di Franz von Stuck, la Pornokrates di Felicien Rops, la Vanitas di Leo Putz, la donna nuda crocefissa al Chiaro di luna di Albert von Keller: più che il trapasso sembra attendere un amplesso.

L’ospite inatteso è Francesco De Gregori. Il testo di Un guanto («Era scomparsa quella mano / e restava la nostalgia / e il guanto e la sua padrona / scivolavano via») accompagna la magnifica, quasi omonima serie di incisioni di Max Klinger ( Il guanto) che gli suggerì la canzone. Una pattinatrice perde un guanto, l’innamorato si china sulla pista per raccoglierlo, ma quando si rialza lei è scomparsa. Simbolo dell’amore appena desiderato e già perduto. Altra musica, altre risonanze dell’anima nella sala dove Gaetano Previati omaggia Beethoven con il superbo trittico

L’Eroica. Il mito è uno dei soggetti cari ai simbolisti. Ecco Esiodo e la musa di Gustave Moreau, Orfeo morto di Jean Delville, La leggenda di Orfeo del trentino Luigi Bonazza, uno dei bravi pittori “minori” riscoperti in questa mostra, come il piemontese Cesare Saccagni ( La Regina dei ghiacci). Meno tristi dei colleghi nordeuropei, a volte perfino solari, i simbolisti italiani hanno un debole per Botticelli. Un pittore visionario, antinaturalista, rilanciato da D’Annunzio che ne loda «le figurette piene di mistero e di malinconia». Come le tre donne dell’Enigma umano di Giorgio Kienerk, allegorie del Dolore, del Silenzio, del Piacere. Ricordano l’elegante erotismo liberty di Alfons Mucha, protagonista dell’altra mostra allestita a Palazzo Reale.

In chiusura risorge lo spirito della “Sala dell’arte del sogno” allestita alla Biennale di Venezia del 1907, prima vetrina italiana del Simbolismo. Dai magazzini di Ca’ Pesaro riemergono le quattro imponenti tele (5 metri per 6) del Poema della vita umana di Giulio Aristide Sertorio, prove generali per il fregio dell’aula del Parlamento a Montecitorio. Luce, Tenebre, Amore e Morte sono incarnate da monumentali figure, sorelle di Fidia, Michelangelo e Mantegna, dipinte con una tecnica (l’encausto) e con una tavolozza (monocroma) che provocano un sorprendente effetto tridimensionale. Quasi altrettanto imponenti i pannelli del Sogno d’Oriente realizzati cent’anni fa a olio e stucco dorato per un hotel veneziano da Vittorio Zecchin, folgorato da Klimt, dall’antico Giappone e dai mosaici ravennati. Tra figura e astrazione, un congedo da Mille e una notte.

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