I Martedì Critici

InMateriale, di Giulia Del Papa

 

“La mia idea di classicità va nel senso di un potenziamento del linguaggio dell’arte inteso nei suoi elementi costitutivi e fondanti di forma, materia e spazio, filtrato, però dalla griglia di una consapevolezza esistenziale generata dal pensiero contemporaneo e dalle nuove conoscenze che l’uomo ha acquisito su di sé e sul mondo.”

Era il 1991 quando Lucilla Catania scriveva il suo “Fondazione di una nuova classicità per l’arte contemporanea” in cui con fermezza e convinzione stabiliva le basi del suo percorso artistico che, iniziato dalla fine degli anni settanta, l’avrebbe portata a diventare una delle maggiori esponenti della scultura italiana contemporanea.

La sua ultima mostra “InMateriale”, inaugurata lo scorso 4 aprile al Museo Carlo Bilotti di Roma e visitabile fino al 4 Giugno 2017, conferma ancora queste convinzioni, a testimonianza di un percorso artistico coerente e forte delle proprie radici. Le opere che Lucilla Catania espone al Bilotti sono state realizzate site-specific, studiando l’ambiente e la posizione di ciascuna all’interno delle sale del Museo. I materiali sono il marmo e la terracotta, entrambi nel cuore della scultrice, che nel corso della sua lunga carriera ha avuto più volte modo di confrontarsi con entrambi, studiandone di volta in volta le peculiarità più adatte alla forma plastica ricercata.

Ad accogliere il visitatore nello spazio antistante l’entrata è Sofficino, monumentale scultura che con la sua forma morbida e organica sembra superare la durezza del marmo di cui è fatta, per entrare in dialogo con la natura circostante del parco di Villa Borghese in contrapposizione con la vita caotica della città che si svolge a poca distanza da lì. Sofficino come le altre sculture presenti all’interno del Museo, Viti stanche, Foglio, Rollo, Spicchio, ribadiscono il nodo concettuale fondamentale del fare scultura di Lucilla Catania: un rapporto intenso con la materia, che entra in relazione con lo spazio nella creazione di forme che dialogano con lo spettatore quasi da pari a pari, non ponendosi quindi come presenze monumentali che si impongono alla vista, ma come entità, creature, con le quali entrare in relazione. Due anni di intenso lavoro hanno portato la scultrice a realizzare opere che rappresentano quasi una summa delle esperienze vissute nei decenni precedenti, durante i quali a cicli alterni Lucilla Catania ha affrontato il problema fondamentale di rinnovare forme e modi all’interno del concetto di scultura.

Seguendo una direttrice importante del suo lavoro, alle sculture monoblocco l’artista affianca opere realizzate dall’accumulo di elementi scultorei singoli. Le 124 terrecotte di Scatole e scarpe sgorgano direttamente dal ninfeo del salone principale e superando la barriera in vetro “inondano” la sala muovendosi verso lo spettatore. Similmente Frangiflutti, composta da 72 elementi marmorei, avvolge la colonna della sala accanto e con lo stesso movimento si estende in diagonale verso il salone principale. Queste opere si realizzano direttamente nello spazio in cui prendono forma e, nel caso specifico del Museo Carlo Bilotti, avviano un dialogo aperto con il passato, a corollario di quell’idea fondamentale per cui nell’arte passato e presente coesistono e l’artista, per sua propria natura, deve essere libero di muoversi in questa circolarità.

Come è evidente dall’estratto del testo scritto nel 1991, al principio del percorso artistico della scultrice è l’idea di classicità che per Lucilla Catania si sostanzia nel continuo tentativo di rinnovamento del linguaggio plastico, attraverso il lavoro sulla tridimensionalità e il rapporto con la materia, la forma e il volume. Anche per questo motivo la sua non è scultura astratta, ma aniconica nel fatto stesso di voler rappresentare l’essenza e l’idea degli oggetti a cui si ispira giocando a volte su effetti di contrapposizione. Foglio, una grande scultura in marmo nero, che nel valorizzare sapientemente le venature del materiale rimanda alle increspature della carta, sembra allo stesso tempo levarsi da terra o planare dall’alto, come se l’aria l’attraversasse donando alla pietra un inaspettato senso di leggerezza.

Di particolare rilievo nel percorso espositivo è il contributo che l’artista Daniela Perego ha voluto dare alla mostra, nella realizzazione di un video che racconta da vicino il lungo lavoro, l’elaborazione e il pensiero che hanno accompagnato Lucilla Catania nella realizzazione delle sue opere. Si tratta di una collaborazione stretta tra due artiste, in cui la Perego ha reso nel suo linguaggio artistico la visione propria del lavoro della scultrice.

Accanto alle sculture l’artista espone grandi teleri con i suoi disegni che preludono o accompagnano la fase plastica. Lo studio e la preparazione della scultura riveste grande importanza nell’elaborazione dell’opera, che per questo motivo Lucilla Catania decide di esporre in una sezione dedicata della mostra.

Ad ammirare le sue grandi opere, fatte di marmo e pietra che d’improvviso paiono morbidi e flessuosi, leggeri eppure maestosi ciò che coglie lo spettatore è l’emozione di poter ammirare una scultrice che, come sempre, accetta la sfida di attraversare quel “fondamentale guado” che è la materia.

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