I Martedì Critici

Il palcoscenico di Gennaro Vitiello riletto da un allievo d’eccezione, in quella Napoli che fu anche “palestra di vita”, di Giulia Alonzo

Fonte: Exibart, Reading room, 6 dicembre 2017

Gennaro Vitiello Locandina A3“Bisogna di nuovo gustare dell’albero della conoscenza per ricadere nello stato di innocenza”. Con queste parole del drammaturgo e poeta tedesco Heinrich Von Kleist, tratte da Il teatro delle marionette, Gennaro Vitiello (1929-1985) accoglieva i propri ospiti, e i propri attori, nel Laboratorio della Libera Scena Ensamble a Torre del Greco, alle porte di Napoli. E con queste parole Stefano De Matteis conclude la sua prefazione a Palestre di vita. Omaggio a Gennaro Vitiello di Ernesto Jannini, attore della compagnia del regista napoletano.
Il libro non è una biografia di Vitiello e neanche un resoconto cronologico della sua attività teatrale,  che sarebbe risultata forse da un lato troppo semplicistica per l’apporto culturale che ha dato alla gente di teatro di Napoli, e dall’altro poco veritiera. Sì perché Jannini, partendo da due tra le principali messe in scena del regista, Ur-Faust (1973) di Goethe e La morte di Empedocle sull’Etna (1973) di Hölderlin, racconta attraverso aneddoti la vita di un ragazzo che si confronta con un maestro in una Napoli anni nei primi anni Settanta, scombussolata dai moti studenteschi del Sessantotto e per certi aspetti ancora allo stato brado, con i cani randagi che girano nottambuli in cerca di prede. Il taglio del testo è quello di un uomo che, guardandosi indietro, coglie solo dopo molti anni l’importanza e la fortuna di aver avuto un maestro del calibro di Vitiello, sensibile e attento alle potenzialità di ogni suo attore, che lasciava i suoi “pupi” liberi di dare vita al proprio personaggio, attraverso una costante dottrina maieutica. Da un altro aspetto però, partendo dalla riflessione attorno al lavoro di Edward Gordon Craig di un attore come supemarionetta, Vitiello “suggeriva di ‘far muovere e parlare una scultura greca’. Bisognava, cioè, assumere la posa iniziale della statua da imitare e poi provarsi a metterla in movimento.”, scrive Jannini. L’attore diventa così ultimo tassello del grande ingranaggio che è la macchina teatrale, colui che deve prima ripescare nel proprio vissuto per riportare alla luce delle emozioni già immagazzinate e successivamente liberarsi del peso della gravità per diventare una vera maschera: e il regista è il conducente di questo lungo tragitto.
Il Laboratorio di Vitiello a Torre del Greco, che anticipa le tendenze di dislocazione culturale, era dunque una palestra di autoeducazione, centro per apprendere la conoscenza non solo di un metodo ma anche, e soprattutto di sé e delle proprie possibilità attoriali. Vitiello costruiva cultura per arrivare al pubblico e abbattere le barriere, perché per il regista la cultura era qualcosa di operativo: “La teoria non precedeva la pratica. Non bisognava perdersi in astratte teorizzazioni, ma verificare sul campo ciò che si andava pensando attorno a quel particolare tema o problema artistico”. Come racconta Jannini, seppur la ricerca a una forma poetica della rappresentazione era l’obiettivo massimo per il regista, i personaggi erano “costruiti  con segni rapidi, taglienti e inequivocabili”, per arrivare immediatamente al pubblico ed essere universalmente colti, come i personaggi della tradizione teatrale. Esemplificativo in questo senso il passaggio in cui Jannini racconta della tournée all’estero durante la quale, prima degli spettacoli, gli attori si esibivano nelle piazze in ballate partenopee per trasmettere lo spirito e l’identità di una cultura.
Sarebbe stato utile, soprattutto per chi non ha vissuto quegli anni, un maggior respiro anche su Vitiello come uomo di cultura internazionale. Jannini accenna all’ambizioso progetto nato nel 1973, e proseguito poi per altre sei edizioni, di un Incontro Internazionale di Teatro, una settimana durante la quale alcuni gruppi di ricerca teatrale provenienti da tutto il mondo, ospiti a Torre del Greco, si confrontavano sui reciproci metodi ed esperienze.
Il testo è corredato di una sezione iconografica che ripercorre per immagini gli spettacoli e gli eventi narrati nel testo. Alcune di queste fotografie fanno parte della mostra “Dionysus’ Place” di Ernesto Jannini al Pacta Salone di Milano aperta fino al 18 dicembre 2017. Jannini, dopo aver abbandonato la compagnia di Vitiello, si dedica alla pittura, esponendo alla Quadriennale di Roma nel 1975 e alla Biennale di Venezia nel 1976, e alla scenografia. Il titolo della mostra è anche il titolo dell’opera site-specific permanente realizzata dall’artista tra il 2016 e il 2017 nel foyer del teatro. Protuberanza che esce e si sviluppa dalla scala che conduce al sala teatrale, Dionysus’ Place è una installazione metateatrale che, richiamando l’ambivalenza e i contrasti apollinei e dionisiaci del Dio del Teatro Dioniso, gioca con materiali concreti, come la terracotta, la tela e il cemento, e con materiali effimeri ed eterei come la luce, i microchip di computer e la musica, composta appositamente da Maurizio Pisati. Citando le parole della curatrice Alessandra Pioselli “Dionysus’ Place è un’opera che mette in scena il sentimento del flusso, della trasformazione, del passaggio e della metamorfosi. La maschera di Dioniso ne rimane il vigile simbolo”. E sono proprio i contrasti che diventano filo conduttore dell’intera mostra di Jannini: l’installazione Progetti di Guerra, esposta insieme alle cassette di “frutta cyborg”, è un lavoro apparentemente leggero che verte invece sulle condizioni contemporanee di serialità e di legami con la tecnologia, che ingeriamo senza rendercene conto. Forse il percorso di Jannini dal teatro all’arte, e viceversa, è emblematico di come non esistano camere stagne: ogni esperienza diventa un piccolo mattone per costruirsi un’identità e una coscienza critica per poter avere le chiavi per leggere e interpretare il contemporaneo.

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