I Martedì Critici

“Hanno colpito lo spirito del ’68, ma l’arte può opporsi”. Intervista a CHRISTIAN BOLTANSKI di Dario Pappalardo (La Repubblica, 25-11-2015

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«Hanno colpito lo spirito del Sessantotto». Christian Boltanski, tra i più grandi artisti contemporanei viventi, è nato a Parigi quando la seconda guerra mondiale non era ancora finita. Dai genitori ha conosciuto presto il racconto di Auschwitz e il rapporto con la memoria è il punto di partenza di tutta la sua opera. Lo scorso 13 novembre era nella sua casa alle porte della capitale francese. «Come tutti, ho seguito l’evoluzione dei fatti nelle dirette televisive — dice Boltanski- La prima cosa che ho pensato è: potevo esserci anche io. Le vittime facevano quelle semplici, meravigliose cose che tutti amiamo fare, senza nemmeno riflettere».

Boltanski, crede che stiamo vivendo una guerra?

«Non so se si possa definire davvero una guerra. Se lo è, si tratta di una guerra speciale. Qualcuno sostiene che sarà breve, qualcun altro che durerà anni. Non c’è certezza di niente. So soltanto che Parigi vuole vivere. Se la guardiamo adesso, è di nuovo piena di gente, nei caffè, nei ristoranti… Non si trova traccia di quella che qualcuno definisce una guerra. Non è una città militarizzata. Io sono un figlio del ’68 francese: il 13 novembre hanno voluto colpire anche quello spirito. Lo spirito delle persone che, come me, amano bere, viaggiare, ammirare l’arte. In poche parole: che amano essere libere. Ora tutto questo, che prima davamo per scontato, è diventato più difficile».

Cosa pensa delle reazioni del presidente François Hollande?

«Sono d’accordo con lui. Sta rispondendo, fa il suo mestiere. I bombardamenti non risolvono tutto, ma i terroristi islamici sono come nuovi nazisti e, anche se è tremendo, la Francia deve reagire. È stato un vero attacco».

Crede l’Is sia decisa ad attaccare i simboli dell’Occidente?

«Tutto questo non riguarda soltanto l’Occidente. È un attacco alla libertà, che è un concetto molto ampio. Anche l’Oriente conosce o deve conoscere la libertà».

Nel suo lavoro, per le sue installazioni, lei usa spesso le fotografie di persone morte. Ora su Internet è un continuo ricordare le vittime attraverso le loro foto. Pensa che sia utile?

«Io non uso mai le foto dei cadaveri. Sarebbe sbagliato pubblicarle anche adesso sui media. Quello che accade sul web oggi, invece, prende la forma di un grande, moderno memoriale. Serve a ricordare quei volti, quella gioventù, quella bellezza… Si parla dei bobo, dei borghesi e bohémien parigini. In tanti di loro sono morti. Ricordiamoci che l’essere bobo c’entra poco con i soldi… si può anche essere poveri e bobo. È una questione di mentalità, di apertura verso il mondo, di libertà. È un modo di vivere che è stato attaccato. La nostra educazione più profonda. Siamo tutti figli del Maggio francese ».

C’è qualcosa che l’arte adesso può fare contro la paura?

«L’arte può andare avanti. Nel 1944, quando la figlia Marguerite fu arrestata e torturata dalla Gestapo, Henri Matisse continuò a dipingere. Realizzò dipinti speciali: composizioni floreali tra le più belle che gli sia mai capitato di fare nella sua vita. Accendeva una luce nel suo tremendo buio. L’arte oggi deve fare questo».

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