I Martedì Critici

“FLAVIO MICHELI. TRE SERIE. Double Take-Tetra-Werkegruppe 13”

 

Flavio Micheli

ROMA 

La Nuova Pesa 

Via del Corso, 530

Dal 13 dicembre 2016 al 20 gennaio 2017

A cura di Giacomo Daniele Fragapane

 

La mostra presenta un insieme di lavori fotografici dell’artista italo-svizzero Flavio Micheli. Il percorso è articolato in tre sezioni distinte ma strettamente interconnesse tra loro in virtù di una serie di rimandi di natura formale, iconografica, tematica o concettuale. La produzione delle tre serie abbraccia un arco di tempo di circa tre anni, tra il 2012 e il 2014, nel quale le ricerche si sovrappongono in modo regolare, sviluppando un nucleo di riflessioni comune. La serie Tetra, che innesca il processo, assembla gruppi di quattro immagini; la successiva, Werkgruppe 13, raccoglie singole fotografie; l’ultima, Double Take, si compone di dittici. Ogni serie, al suo interno, è autonoma dalle altre; ognuna, nella sua articolazione visuale e spazio-temporale, enuncia una logica propria; ma tutte si richiamano in un processo di reciproca sedimentazione.

La fotografia, in quanto forma discorsiva e in quanto medium con una propria vicenda storica e tecnologica (alle sue origini perlopiù intesa come uno specchio dotato di memoria, e oggi come un oggetto iconico massimamente infedele), gioca un ruolo fondamentale, ma ambiguo, nella genealogia di questo percorso. Diviene lo strumento principale di Micheli dopo una lunga fase di sperimentazione pittorica e alcune esperienze ibride, di transizione, a cavallo tra pittura, installazione e “operazione fotografica”. Nelle opere più recenti appare sospesa tra un’esigenza mimetica profonda, regolata da verifiche e aggiustamenti di rotta e da un rigoroso trattamento formale dell’immagine – tale da vincolare la ricerca dei soggetti a intermittenti e fortuite fasi di illuminazione, piuttosto che a metodiche ricognizioni o al classico procedimento di accumulo/selezione, tipico del metodo documentario – e un ruolo più strumentale che in fondo risponde a una definizione minimale del medium, in quanto mera emanazione di un referente situato nel mondo esterno e attestazione di una tensione dialettica tra l’occhio e il mondo.

Nel tempo, a partire da operazioni segnate da una matrice di tipo concettuale, la ricerca si sposta per gradi su un terreno più propriamente fenomenologico: da un’indagine sui limiti formali e sui processi semantici della forma-quadro, a una riflessione sulla percezione, sulla memoria, sui meccanismi affascinanti e ingannevoli della somiglianza per contatto. Nel modo di produzione dell’artista traspare una certa, ostentata noncuranza nei confronti della tecnologia fotografica. L’uso del mezzo è finalizzato alla produzione-visualizzazione di oggetti iconici che fanno coesistere determinazioni reali e determinazioni virtuali (sappiamo che tra reale e virtuale non vi è opposizione frontale, ma reciprocità). La tecnologia fotografica è concepita in un’accezione più ampia possibile, come uno strumento di riproducibilità tecnica scevro, in sé e per sé, di alcuna specificità. Parlando del rapporto tra le proprie opere e la materia prima ottenuta mediante la fotografia, Micheli definisce le sue immagini “un amalgama: da una parte coincidono con il materiale che mi fornisce la tecnica fotografica, ma dall’altro se ne distaccano nel momento in cui, accostate o contrapposte ad altre immagini, diventano evocative di altro”.

La mostra e il volume che la accompagna, anch’esso a cura di Giacomo Daniele Fragapane, nascono dal tentativo di dare corpo e visibilità, più che alle singole immagini e serie fotografiche, alle loro logiche implicite e ai loro margini e confini: agli spazi vuoti che, separandole, al contempo le interconnettono, istituendo una rete di rimandi, allusioni, somiglianze ingannevoli che in ultima istanza alludono a uno spazio mentale – che è poi lo spazio di fruizione immaginato dall’artista per queste opere – a metà strada “tra le pure immagini e i puri pensieri”.

Per chiarire l’ultima affermazione (in realtà una parafrasi), occorre precisare che nel volume – dove si rende conto di questo processo in forma più analitica – l’evoluzione delle tre serie è ricostruita intessendo un dialogo tra artista e curatore, che li vede infine convergere attorno a una riflessione nodale di Rudolph Arnheim, da cui la parafrasi è tratta: “La formula per ciò che è contenuto in questo volume è questa: ho evitato le pure immagini, ho evitato i puri pensieri; ma ogni volta che un episodio osservato o una frase letta mi hanno dato in un lampo la comprensione che prima non avevo, ne ho preso un appunto e l’ho conservato. Questi appunti non sono un diario. Non mi presentano come un soggetto ma solo come qualcuno che offra esperienze sintomatiche – esperienze che intendono essere miniature autosufficienti, schegge di teoria tenute in vita dai sensi attraverso i quali vengono trasmesse”.

 

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