I Martedì Critici

Ciao Pino!, di Roberto Gramiccia

unnamedGIUSEPPE SPAGNULO. Diavolo rosso

In occasione della scomparsa del grande scultore e amico Pino Spagnulo pubblichiamo un suo profilo tratto da Fragili Eroi. Ritratti d’artista di Roberto Gramiccia (DeriveApprodi, 2009).

Photo credit: Stefano Fontebasso De Martino

 Se fosse stato un pellerossa lo avrebbero chiamato “Rombo di tuono”. Giuseppe Spagnulo, scultore, (classe 1936 pugliese di Grottaglie), è uno che non passa inosservato. Ha un cranio e un massiccio facciale che sembrano tagliati con l’accetta nel legno di quercia. Dire che promana energia dal volto e dal corpo robusto e carico come una molla è poca cosa, come scambiare una bomba a mano per un mortaretto. Gli occhiali che porta sono di quelli da combattimento: neri e pesanti, con la montatura indistruttibile, senza nemmeno il garbo di una curva che giri dietro le orecchie, le stanghette sono affilate e diritte sino in fondo, perfette per un omicidio stile Padrino parte terza. Quegli occhiali secondo me sono il simbolo di Spagnulo; se mai gli faranno uno stemma araldico essi si staglieranno in primo piano – al posto del solito grifone artigliato – e sullo sfondo ci sarà una scultura in acciaio, diciamo una svettante torre fallica.

Per evitare la retorica, conviene scherzarci un po’ sulla carriera e l’esistenza di Spagnulo, che sono state e sono dure e vitali come il suo lavoro. Sin da quando, a poco più di venti anni, mentre in famiglia si discuteva del suo destino (il padre ceramista e suo primo maestro avrebbe sperato per lui una vita tranquilla), l’uscita alla testa di un corteo per il primo maggio non lo collocò definitivamente nella lista dei cattivi di Grottaglie. Di lì in poi, fu chiaro: Giuseppe non avrebbe fatto l’insegnante ma l’artista. Aveva già studiato a Faenza all’Istituto di ceramica con Angelo Biancini ed era diventato amico di Nanni Valentini.

Ma l’artista a Grottaglie non si poteva fare e allora, nel ’59, Giuseppe preparò la valigia e se ne andò di casa. Approdò a Milano dove l’aspettava una povertà che sfiorò la miseria. L’aspettavano i mercati generali dove fece il facchino, ma anche lo studio di Arnaldo Pomodoro, del quale diventò assistente, e la stima di Fontana che acquistò uno dei suoi lavori per 50.000 lire. L’aspettava il bar Giamaica dove conobbe Ugo Mulas, Tancredi e Manzoni.

Una volta capitò che Manzoni invitò Spagnulo in trattoria. I due erano insieme a un certo Crippa, il falegname che aveva messo a disposizione del giovane scultore un angolo della falegnameria per farne uno studio. Alla fine del pranzo, nessuno aveva i soldi per pagare. Allora Manzoni, che aveva con sé un quadro che oggi varrebbe molte centinaia di migliaia di euro, lasciò in pegno l’opera promettendo che sarebbe ripassato a pagare il conto. Il quadro aveva nove michette (rosette per dirla alla romana) incollate sulla superficie. L’oste, dopo averlo osservato, esclamò “…e voi volete mangiare in tre in cambio di qualche panino…?”. La cosa si risolse pacificamente solo perché Manzoni il giorno dopo passò a pagare e si riprese il quadro con le michette (chissà se il trattore è campato abbastanza per mangiarsi le mani?).

I tempi non erano ancora maturi per capire Manzoni. Lo aveva capito Spagnulo, però, che cominciava a scegliersi i maestri. Fontana, certo, ma anche Burri, Arturo Martini e Medardo Rosso. La prima personale sarà nel ’65 alla Galleria Annunciata da Grossetti.

Ma la pratica dell’arte e la ricerca si confuse non solo con la “fame o quasi” ma anche coi fermenti di quello che di lì a poco sarebbe esploso: il ’68 degli studenti e il ’69 degli operai. Spagnulo è in prima fila. “Servire il popolo” è il suo gruppo e la politica per lui è come l’arte, una cosa da bere a lunghissimi sorsi fino a rischiare di strozzarsi. E allora saranno le riunioni, le manifestazioni e gli scontri con la polizia. Saranno due mesi e mezzi di carcere alleggeriti, certo, dalle lettere di sostegno di Ingrao, Guttuso, Luigi Nono, Pasolini ma, pur sempre, due mesi e mezzo interminabili, con il rischio di restarci per anni in galera.

Nacquero in questo periodo le grandi sculture di otto metri che occupano le piazze, dedicate ad Angela Davis o intitolate Black Power. Sono in ferro perché questo materiale può stare all’aperto, vicino ai problemi e alle lotte della gente. A Firenze gli operai del Pignone lo aiutano, in occasione della Festa di “Servire il Popolo”, a realizzare e a collocare in piazza una falce e martello di cinque metri. E Spagnulo comincia a diventare quello che non ha mai smesso di essere: una specie di “diavolo rosso” che tutti ammirano; non solo Bellocchio, Lou Castel e Schifano che erano vicini al suo gruppo, ma anche gli altri.

Spagnulo non è un diavolo rosso solo perché è inquieto, ribelle e marxista-leninista, ma perché, come Lucifero, frequenta il calore infernale delle passioni e del fuoco. Ascoltiamo le sue parole: «Il mio materiale prediletto è sempre stata la terracotta. (…). Poi sono passato al ferro e all’acciaio. (…), perché in entrambi i casi è il fuoco – sia pure in modo antitetico, là indurendo, qua ammorbidendo – il vero anello di congiunzione della mia ricerca. E’ questo che mi interessa di più perché attribuisce all’intervento una dimensione quasi erotica».

L’arte, me lo confessa Spagnulo, può essere una questione di testa come nel caso di Duchamp ma può essere anche una questione soprattutto di sangue, come nel caso di Burri. Ecco, lo scultore pugliese è sanguigno nella vita e nell’arte come nessun altro (per immobilizzarlo e potarlo in galera ci vollero molti celerini), è per questo che considera la scultura prima di tutto una questione fisica. Una faccenda fra lui e la materia. Una sfida senza quartiere che produce la forma e il rapporto con lo spazio ma che, prima di tutto, vale per quello che nel risultato finale testimonia della frizione, della resistenza del materiale a piegarsi a forgiarsi a cedere alla prepotenza della creazione.

Lo scultore stacca dal vuoto della forma la salienza dell’immagine plastica. Non la crea, ma la ruba alla materia che è insieme nemica e complice. Amante che resiste e che acconsente. Ma non è uno stupro quello imposto alla materia. Non è una corrida perché non è certo che il torero ammazzi il toro. Il rischio della monumentalità stucchevole, infatti, della celebrazione, della banalità e della retorica per uno scultore sono sempre in agguato. E’ tutto ciò che Spagnulo ha saputo evitare, diventando quello che è oggi: uno dei migliori, se non il migliore fra gli scultori.

 

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