I Martedì Critici

BELLEZZA, ARTE E POTERE – di Tonino Bucci

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Nel saggio di Gramiccia: la storia e la cronaca di un eterno conflitto che oggi vede l’arte a rischio di sopravvivenza.

«Ho cercato la grande bellezza e non l’ho trovata», confessa a se stesso Jep Gambardella, il protagonista del film di Paolo Sorrentino, premiato con l’Oscar. Il personaggio in questione è un affermato giornalista di una rivista culturale, penna autorevole e autore di recensioni capaci di consacrare o, all’opposto, stroncare i destini di scrittori e artisti. Giunto sulla soglia dei sessantacinque anni, entra però in una crisi esistenziale e si rende conto di aver consumato la propria vita nella banalità avvolgente dei salotti romani. Comprende di aver messo da parte le ambizioni letterarie nutrite in gioventù ed essersi, poco a poco, assuefatto ai riti insignificanti della mondanità, tra feste e vip dello spettacolo. Un velo di banalità che finisce per avvolgere il mondo e renderne la bellezza muta, irriconoscibile, irraggiungibile. Un mondo così non può più attendersi di essere salvato e redento dalla bellezza, come disperatamente invoca il principe Miskin ne L’Idiota di Dostoevskij.

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Il mondo – il mondo contemporaneo della globalizzazione e del capitalismo finanziario – rischia di uccidere l’arte e distruggerne quel potere di riscattare l’individuo dalla miseria esistenziale che da sempre filosofi e artisti hanno celebrato. Il rischio del definitivo congedo dal mondo dell’esperienza artistica è il tema con il quale si cimenta il nuovo saggio di Roberto Gramiccia, “Arte e potere. Il mondo salverà l’arte?” (edizioni Ediesse, pp. 219, euro 13). Da leggere per almeno due motivi. Primo, per la proposta di un’estetica non speciale e per il rifiuto appassionato del settorialismo. L’arte non è una questione per soli addetti ai lavori e quel che oggi viene spacciato per arte – gli eventi-spettacolo, le mostre ultramondane, l’intrattenimento, i giri d’affari di collezionisti imprenditori – non lo è affatto. Secondo, Gramiccia difende l’idea “militante” di una funzione universale dell’arte, come medicina dell’anima e come esperienza in grado di dare un senso al mondo.

La capacità di tracciare segni dotati di senso e sottratti alla morte e al tempo è una caratteristica dell’Homo sapiens. Sin dalle sue prime manifestazioni l’arte è attività disinteressata, ludica, spontanea, incondizionata, senza fini espliciti. George Bataille vedeva nelle note opere parietali delle grotte di Lascaux, risalenti al Paleolitico superiore, «l’aurora della specie umana» e il passaggio alla vita simbolica. La storia del genere umano inizia qui, nel momento in cui gli uomini elaborano strategie simboliche e creative via via più complesse per rielaborare l’angoscia della morte. Diversamente da altre pratiche culturali che prendono in carico ambiti delimitati della vita umana – la politica, l’economia, il diritto – l’arte ha una funzione totalizzante, si rivolge al senso complessivo dell’esistenza. Non sarà quindi un’estetica speciale a poter cogliere le prerogative dell’arte in quanto questa esprime un’apertura all’incondizionato e al senso generale del nostro stare nel mondo, senza tuttavia mai abbandonare i limiti dell’esperienza e la finitezza degli oggetti con cui la pratica artistica ha irrimediabilmente a che fare.

Può conciliarsi questa idea dell’arte come funzione umana universale con il marxismo? Nella filosofia di Marx non vi è attività dell’uomo, per complessa e astratta che sia, che non sia condizionata dai rapporti sociali di produzione. Anzi, tanto più un’attività culturale si definisce autonoma dai processi materiali e sociali, quanto più questa rivendicazione di autonomia è sospetta di voler legittimare la realtà esistente e i rapporti di dominio in essa presenti. Tuttavia in Marx sono presenti anche germi di un pensiero che in parte mitigano l’irruenza antihegeliana e antiidealistica degli scritti giovanili. La consapevolezza della complessità farà ammettere allo stesso Marx, non senza un certo stupore, la difficoltà di comprendere come mai, ad esempio, l’arte greca che nasce legata «a certe forme dello sviluppo sociale» del passato possa continuare a suscitare in noi un godimento estetico e a rappresentare «una norma e un modello inarrivabili». I canoni artistici greci sono sopravvissuti al tempo e alla formazione sociali che li ha prodotti, come se l’arte fosse un’espressione umana universale. Il caso dell’arte greca spinge Marx ad ammettere la possibilità che le attività sovrastrutturali più complesse – come l’arte o la letteratura – possano rendersi autonome dalla struttura e dall’organizzazione materiale della società, anzi, in alcuni casi possano addirittura condizionarla.

Gramiccia propone un’ipotesi di scansione storica. Fino al Rinascimento, sia pure attraversata da spinte a sovvertire i canoni dominanti, l’arte si rapporta alla realtà in una forma idealizzata e conforme ai dettami religiosi. La rivoluzione moderna avrebbe inizio con Caravaggio nel momento in cui questi sostituisce al dover essere e alla centralità della trascendenza, l’interesse per la realtà così com’è, «per l’angoscia dolorosa dei corpi e per l’umana deperibilità che li pervade». A questa segue un’altra rivoluzione, quella dell’arte contemporanea, fondata sul primato perentorio della soggettività: l’intrascendibilità dello sguardo dell’artista esplode letteralmente con l’impressionismo, bene esemplificato dalle impressioni psicoretiniche che Monet fissa sulla tela con le sue Ninfee. Il paradigma soggettivistico si radicalizza nel Novecento, soprattutto ad opera delle Avanguardie, e genera linguaggi espressivi sempre più lontani dal naturalismo, fino ad approdare all’astrattismo di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Nelle forme più estreme l’arte arriva persino a negare se stessa, come nel caso dell’Orinatoio di Duchamp. «L’arte diventa concettuale, si smaterializza». Ma è con l’arte post-contemporanea che si consuma il destino di una fagocitazione completa ad opera del potere. L’opera d’arte si mercifica. Il potere – qui colto dall’autore attraverso suggestioni heideggeriane e foucaltiane – diventa biopotere, tecnica, dispositivo impersonale, insieme di pratiche che pervadono la vita umana in tutte le sue manifestazioni, dal linguaggio al lavoro, dai sentimenti alle stesse attività creative, tutte asservite nella catena della produzione e del profitto. L’arte è svuotata dall’interno, perde la funzione originaria di creazione di senso e si annacqua nei circuiti della società-spettacolo. L’arte si è congedata dalla realtà. No, non sarà l’arte a salvare il mondo, come sperava Dostoevskij. Semmai è il mondo che dovrà salvare l’arte per continuare a essere degno di essere vissuto. Ci riuscirà?

(Esseblog, 16 febbraio 2015)

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