I Martedì Critici

A proposito del libro di Roberto Gramiccia, “Elogio della fragilità”, una lettera di LELIO BIZZARRI all’autore

Il libro è davvero scritto molto bene il linguaggio è forbito ma lo stile chiaro rende la sua lettura estremamente piacevole e di facile fruizione. La forma ha un’importanza strategica fondamentale quando ci si pone l’obiettivo di far arrivare il proprio messaggio a quante più persone possibile, e tu ci sei riuscito benissimo trattando, con grande intellegibilità, il tema della fragilità in una maniera che rovescia completamente la visione dominante.

Ho trovato di estrema lucidità intellettuale la tua distinzione tra una fragilità esistenziale, comune a qualsiasi essere umano, e una fragilità determinata da meccanismi socio-economici e politici. Giustamente sottolinei come la prima debba essere utilizzata come spinta a trascendere i confini spaziali e temporali della propria esistenza generando bellezza, avendo cura degli altri o lottando per creare un mondo migliore per tutti e per le generazioni future. In questo senso il libro è intimamente autobiografico in quanto ti sei messo in gioco raccontando la tua vita nella quale hai incarnato questa tensione.

Dal canto mio, per deformazione professionale, il tuo libro mi ha spinto a riflettere sul senso soggettivo di fragilità che ognuno di noi sperimenta e che può a volte anche non corrispondere alla nostra reale forza. Mi riferisco al fatto che le persone possono anche essere indotte a pensare di essere fragili e inadeguate rispetto ad un modello ideale e come tale irraggiungibile in quanto inesistente. Considerare la fragilità come una condizione che riguarda la maggioranza del genere umano, ma non l’élite di privilegiati, piuttosto che una caratteristica universale ed intrinseca all’essere umano, è diventato uno strumento di controllo sociale globale che giustifica la emarginazione, anzi spinge le persone stesse ad autogiustificare la loro stessa marginalizzazione.

Così come se è vero che esiste in ognuno di noi un archetipo antropologico dello sgomento, del terrore è altrettanto vero che oggi assistiamo all’esaltazione della strumentalizzazione ideologica, al fine di dominio, del senso di vulnerabilità di ognuno di noi, creando nell’immaginario e nella realtà minacce che servono a giustificare politiche di emarginazione e deportazione.

Credo che le persone dovrebbero essere incoraggiate ad avere fiducia in loro stesse e negli altri. Credere nelle proprie capacità di crescere e migliorare. Conoscere le persone al di là dei pregiudizi e senza il filtro della cultura dominante. Lo Stato, i partiti e la famiglia, inizialmente nate come forme organizzate del vivere sociale, sono state ad un certo punto elevate a sovrastrutture ideologiche che erano più importanti delle persone stesse e fungevano da filtro. In questo modo siamo stati svuotati della capacità di valorizzare noi stessi e di avere un contatto autentico con le persone ed è per questo, a mio parere, che, come tu giustamente sottolinei, la crisi di queste ideologie sta producendo lo sfilacciamento in senso individualista delle relazioni sociali.

Mi fermo qui anche se ci sarebbe ancora molto da dire, dato che il tuo libro oltre a dare tante risposte stimola una profonda riflessione e a mio avviso è questo che identifica principalmente il suo valore.

 

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